martedì 30 dicembre 2008

I più letti, i più cercati

A corto di tempo e di idee, faccio il punto sull'andamento di questo blog nell'anno che sta per finire. Insomma, un bel post autoreferenziale.
Quasi 9.000 visitatori unici, ossia quasi 9000 persone sono incappate (per scelta o per errore) in una delle pagine di questo blog. Non so se è poco o tanto, comunque mi fa piacere.

I 5 post più letti del 2008:
1) Allen Carr, Easy way più di 1200 visite
2) Dino, Buzzati, Sessanta racconti più di 500
3) Cuba quasi 450
4) Blitris, La filosia del dr. House quasi 440 visite
5) Ljubljana 420 visite

Da questi dati si possono trarre almeno 2 riflessioni.
1) Considerate le numerossissime visite alla recensione del libro di Allen Car su come smettere di fumare, direi che la dipendenza da nicotina è un problema serio per moltissime persone. E lo stato continua a lucrare sulle sigarette, e nei film e nei libri e nelle copertine dei rotocalci alla moda continuano a campeggiare immegini di star e starlette sfumazzanti.
E poi proibiscono la marjuana!

2) Posto che questo blog parla di viaggi, filosofia, narrativa, libri vari e cinema, direi che, vista la classifica di cui sopra, se ne può concludere che di cinema non gliene importa nulla a nessuno.

Le 10 parole-chiave più ricercate del 2008:
1) easy way
2) francesca poggi
3) easyway
4) pastorale americana
5) furore steinbeck
6) blitris
7) positivismo giuridico
8) grice
9) zizek
10) il più bel libro

Se vi state chiedendo 'Ma come si fa ricercare come parola-chiave il più bel libro?' sappiate che al trentesimo posto campeggia la parola chiave 'geco domestico' - ma dov'è che parlo di gechi domestici??

domenica 28 dicembre 2008

Camilleri, L'odore della notte


L'imprenditore Gargano è scomparso con i soldi degli investitori: benché l'indagine non sia di sua competenza, Montalbano si ritrova ad indagare. Nel frattempo: Montalbano rivede Françoise, continua nei suoi rapporti tesi col Questore e qualcosa sembra smuoversi nella sua relazione con Livia - nel mentre, il suo vice, Mimì Augello, afflitto, come Kierkegaard, dal lacerante dilemma 'Mi sposo o non mi sposo', rinvia di un mese le nozze e si concede una fugace avventura con un'avvenente testimone.

Lo confesso: non avevo mai letto i romanzi di Andrea Camilleri su Montalbano anche per una sorta di pregiudizio nei confronti del genere - non tanto quello dei romanzi "gialli" (come dice la mia mamma per riferirsi indiscriminatamente a tutti i romanzi polizieschi), quanto quello dei romanzi scritti in serie, sfornati a ritmo industriale, tutti incentrati intorno ad un unico protagonista. Insomma: la mia idea tipica di romanzo è quella in stile Delitto e castigo - un unico gigantesco irripetibile tomo!

Ebbene: devo proprio ricredermi! Questo romanzo è entusiasmante! Il personaggio del commissario Salvo Montalbano ed anche gli altri personaggi che gli ruotano attorno sono descritti magistralmente: così credibili, che sembra di conoscerli da sempre.
Ma soprattutto è entusiasmante il linguaggio - sgargiante e realistico - di Camilleri: un misto, perfettamente dosato, di italiano e dialetto siciliano - roba che non si leggeva dai tempi di Verga!

Se proprio devo trovare un appunto non mi è piaciuto il riferimento a Faulkner, l'idea che Montalbano si ritrovasse ad un certo punto a vivere in uno dei suoi racconti (Omaggio a Emilia) - una nota surrealista di cui non si avvertiva alcun bisogno.

E adesso vado a leggermi La gita a Tindari

Segnalo, sul blog di Zack, la recensione di La vampa d'agosto

domenica 21 dicembre 2008

Sterling, Artificial Kid


A seguito di un colpo di stato, l'esotico pianeta Reverie e i suoi anelli articiali, sono governati da una plutocrazia, la Cabala, che, invero, pare esercitare il suo potere in maniera quantomai discreta, lasciando che gli abitanti (per lo più vecchissimi e ricchissimi) sguazzino tra droghe, feste ininterrotte e cruenti combattimenti nella zona Decriminalizzata, all'insegna di una video-cultura radicale, dove se non appari non esisti.
Un giorno però il vecchio fondatore, Moses Moses, che tutti credevano morto, si risveglia dal suo sonno criogeno scatenando la furia della Cabala (o, almeno, così pare) e costringendolo alla fuga insieme a due compagni di sventura: Artificial Kid, un idolo dei video da combattimento, e Sant'Anna due volte nata, una fanatica religiosa esiliata su Reverie.

La narrazione si fa più avvincente da metà libro in poi, ma, nel complesso, questo romanzo è alquanto deludente: tanti, troppi, temi - la video-dipendenza, la violenza-spettacolo, l'immortalità, l determinismo, i problemi relativi alla clonazione, il potere, la suggestione delle masse, ecc. - mescolati alla rinfusa o solo accennati.
Insomma, molti spunti interessanti, ma nessuno degnamente sviluppato - Sterling non riesce neppure a creare un'atmosfera ed anche i personaggi risultano tratteggiati in modo alquanto sommario e poco convincente.

Sterling, Artificial Kid


A seguito di un colpo di stato, l'esotico pianeta Reverie e i suoi anelli articiali, sono governati da una plutocrazia, la Cabala, che, invero, pare esercitare il suo potere in maniera quantomai discreta, lasciando che gli abitanti (per lo più vecchissimi e ricchissimi) sguazzino tra droghe, feste ininterrotte e cruenti combattimenti nella zona Decriminalizzata, all'insegna di una video-cultura radicale, dove se non appari non esisti.
Un giorno però il vecchio fondatore, Moses Moses, che tutti credevano morto, si risveglia dal suo sonno criogeno scatenando la furia della Cabala (o, almeno, così pare) e costringendolo alla fuga insieme a due compagni di sventura: Artificial Kid, un idolo dei video da combattimento, e Sant'Anna due volte nata, una fanatica religiosa esiliata su Reverie.

La narrazione si fa più avvincente da metà libro in poi, ma, nel complesso, questo romanzo è alquanto deludente: tanti, troppi, temi - la video-dipendenza, la violenza-spettacolo, l'immortalità, l determinismo, i problemi relativi alla clonazione, il potere, la suggestione delle masse, ecc. - mescolati alla rinfusa o solo accennati.
Insomma, molti spunti interessanti, ma nessuno degnamente sviluppato - Sterling non riesce neppure a creare un'atmosfera ed anche i personaggi risultano tratteggiati in modo alquanto sommario e poco convincente.

lunedì 1 dicembre 2008

Vite in bilico


Luna ha 20 anni - 14 in meno di me, precisa, e mentre io ho appena avuto il mio primogenito, lei è al terzo figlio. Gli altri due sono rimasti in Bolivia con sua madre e la famiglia di lei (una famiglia allargata, con legami di sangue variamente intrecciati, dove gli uomini sono solo zii o nonni, mentre padri e mariti sono quasi assenti).

Luna è irregolare, faceva le pulizie in nero, poi ha incontrato un suo coetaneo peruviano, muratore, irregolare pure lui, si sono innamorati ed è rimasta incinta. Incinta e anche disoccupata: la famiglia per cui lavorava le ha chiesto di non presentarsi più - E' vietato far lavorare le donne in stato di gravidanza - le hanno detto.

Luna ha paura che un giorno la polizia fermi per strada il suo compagno e lo esplella immediatamente perché senza permesso, lasciandola ad aspettarlo in ansia, sola, senza lavoro e con l'affitto da pagare. Non è giusto - mi dice - che ti possano mandare via così, da un momento all'altro, abbandonare la casa, il lavoro e la famiglia.
No, non è giusto.


Samuela ha 24 anni ed è filippina. Suo padre e sua madre sono in Italia da 20 anni con un regolare permesso di soggiorno, lei ha deciso di raggiungerli solo 2 anni fa: quando è nata la sua prima figlia si è sentita in dovere di emigrare per provvedere dignitosamente al suo mantenimento, senza caricarla sulle spalle, già oberate, dei suoi genitori. Così ha affidato la piccola al marito e alla madre di lui, proprio come i suoi genitori avevano affidato lei alla nonna materna, ed è venuta a Milano, ma ormai era maggiorenne e non ha potuto usufruire del ricongiungimento familiare.

Qui in Italia Samuela ha conosciuto Josef, un ragazzo di 20 anni, immigrato illegalmente dal Senegal, che lavora dalle parti di Brescia: sono stati insieme poco tempo e si erano già lasciati quando lei ha scoperto di essere incinta. Lui le ha chiesto di abortire, ma Samuela non ne ha voluto sentir parlare - e Josef qualche giorno fa è venuto in ospedale per riconoscere il bambino.

Samuela faceva la badante, ovviamente in nero (anche se le pagavano 1 mese di ferie e la tredicesima) - quando è rimasta incinta ha dovuto smettere e la famiglia della sua assistita - "la nonna", come la chiama lei - ne ha approfittato per mandarla in un'ospizio.
Grazie alla gravidanza, Samuela è riuscita ad ottenere un permesso di soggiorno per motivi di salute. Adesso, però, dubita che sia stata una buona idea: il permesso non è più rinnovabile trascorsi 6 mesi dal parto e per ottenerlo ha dovuto dichiarare la propria residenza - casa dei suoi genitori, ovviamente, dove però vivono altri 5 suoi parenti, non tutti regolari.

Bimba è pakistana: non parla né italiano né inglese - siede fuori dalla sala visite e riesce a farmi capire, in qualche modo, che aspetta suo marito perché le traduca cosa dicono i dottori. Immagino quanto deve essersi sentita persa in questi giorni di degenza in quel porto di mare che è la Mangiagalli di Milano - mi sono sentita persa io che non ho problemi di idioma.
Bimba dimostra più o meno la mia età, le chiedo a gesti se quel fagottino nella culla è il suo primo figlio. Sorride stupita e scuote il capo, poi fa un gesto con la mano: 4.


Tutte queste donne sono qui per lo stesso motivo per cui ci sono io: mettere al mondo un figlio. E sono tutte felici, felicissime, di farlo - anche se, per lo più, sono rimaste incinte per caso e non per scelta, non si può certo dire che la loro gravidanza sia stata meno desiderata della mia.

In confronto alla vita di queste donne, la precarietà lavorativa di noi, cittadini italiani con una famiglia alle spalle, sembra ridicola.
Io le guardo e mi chiedo come facciano, dove trovino il coraggio.
Non è un problema di ignoranza (benché, sicuramente, la contraccezione non sia un tema su cui sono efferrate) e nemmeno di incoscienza: è tutta la loro esistenza ad essere così, in bilico, appesa a un filo - e la maternità non fa eccezione. Somo emigrate irregolari, non hanno diritti: vivono in paese ostile, dove, anche se metti radici, se trovi lavoro e una casa, ti possono cacciar via da un momento all'altro. Sono esseri umani di serie B e perfino pazienti di serie B nella stessa Mangiagalli, dove il personale infermieristico e le inservienti danno del "lei" alle italiane e del "tu" alle straniere - i dottori invece sono decisamente più egualitari: danno del lei a tutte e con tutte sono ugualmente ineducati (anche se qualche dottoressa giovane, disponibile e gentile non manca, ma si contano sulle dita di una mano - per l'esattezza, ne ho contate solo 2).

Vite in bilico


Luna ha 20 anni - 14 in meno di me, precisa, e mentre io ho appena avuto il mio primogenito, lei è al terzo figlio. Gli altri due sono rimasti in Bolivia con sua madre e la famiglia di lei (una famiglia allargata, con legami di sangue variamente intrecciati, dove gli uomini sono solo zii o nonni, mentre padri e mariti sono quasi assenti).

Luna è irregolare, faceva le pulizie in nero, poi ha incontrato un suo coetaneo peruviano, muratore, irregolare pure lui, si sono innamorati ed è rimasta incinta. Incinta e anche disoccupata: la famiglia per cui lavorava le ha chiesto di non presentarsi più - E' vietato far lavorare le donne in stato di gravidanza - le hanno detto.

Luna ha paura che un giorno la polizia fermi per strada il suo compagno e lo esplella immediatamente perché senza permesso, lasciandola ad aspettarlo in ansia, sola, senza lavoro e con l'affitto da pagare. Non è giusto - mi dice - che ti possano mandare via così, da un momento all'altro, abbandonare la casa, il lavoro e la famiglia.
No, non è giusto.


Samuela ha 24 anni ed è filippina. Suo padre e sua madre sono in Italia da 20 anni con un regolare permesso di soggiorno, lei ha deciso di raggiungerli solo 2 anni fa: quando è nata la sua prima figlia si è sentita in dovere di emigrare per provvedere dignitosamente al suo mantenimento, senza caricarla sulle spalle, già oberate, dei suoi genitori. Così ha affidato la piccola al marito e alla madre di lui, proprio come i suoi genitori avevano affidato lei alla nonna materna, ed è venuta a Milano, ma ormai era maggiorenne e non ha potuto usufruire del ricongiungimento familiare.

Qui in Italia Samuela ha conosciuto Josef, un ragazzo di 20 anni, immigrato illegalmente dal Senegal, che lavora dalle parti di Brescia: sono stati insieme poco tempo e si erano già lasciati quando lei ha scoperto di essere incinta. Lui le ha chiesto di abortire, ma Samuela non ne ha voluto sentir parlare - e Josef qualche giorno fa è venuto in ospedale per riconoscere il bambino.

Samuela faceva la badante, ovviamente in nero (anche se le pagavano 1 mese di ferie e la tredicesima) - quando è rimasta incinta ha dovuto smettere e la famiglia della sua assistita - "la nonna", come la chiama lei - ne ha approfittato per mandarla in un'ospizio.
Grazie alla gravidanza, Samuela è riuscita ad ottenere un permesso di soggiorno per motivi di salute. Adesso, però, dubita che sia stata una buona idea: il permesso non è più rinnovabile trascorsi 6 mesi dal parto e per ottenerlo ha dovuto dichiarare la propria residenza - casa dei suoi genitori, ovviamente, dove però vivono altri 5 suoi parenti, non tutti regolari.

Bimba è pakistana: non parla né italiano né inglese - siede fuori dalla sala visite e riesce a farmi capire, in qualche modo, che aspetta suo marito perché le traduca cosa dicono i dottori. Immagino quanto deve essersi sentita persa in questi giorni di degenza in quel porto di mare che è la Mangiagalli di Milano - mi sono sentita persa io che non ho problemi di idioma.
Bimba dimostra più o meno la mia età, le chiedo a gesti se quel fagottino nella culla è il suo primo figlio. Sorride stupita e scuote il capo, poi fa un gesto con la mano: 4.


Tutte queste donne sono qui per lo stesso motivo per cui ci sono io: mettere al mondo un figlio. E sono tutte felici, felicissime, di farlo - anche se, per lo più, sono rimaste incinte per caso e non per scelta, non si può certo dire che la loro gravidanza sia stata meno desiderata della mia.

In confronto alla vita di queste donne, la precarietà lavorativa di noi, cittadini italiani con una famiglia alle spalle, sembra ridicola.
Io le guardo e mi chiedo come facciano, dove trovino il coraggio.
Non è un problema di ignoranza (benché, sicuramente, la contraccezione non sia un tema su cui sono efferrate) e nemmeno di incoscienza: è tutta la loro esistenza ad essere così, in bilico, appesa a un filo - e la maternità non fa eccezione. Somo emigrate irregolari, non hanno diritti: vivono in paese ostile, dove, anche se metti radici, se trovi lavoro e una casa, ti possono cacciar via da un momento all'altro. Sono esseri umani di serie B e perfino pazienti di serie B nella stessa Mangiagalli, dove il personale infermieristico e le inservienti danno del "lei" alle italiane e del "tu" alle straniere - i dottori invece sono decisamente più egualitari: danno del lei a tutte e con tutte sono ugualmente ineducati (anche se qualche dottoressa giovane, disponibile e gentile non manca, ma si contano sulle dita di una mano - per l'esattezza, ne ho contate solo 2).

giovedì 20 novembre 2008

Il paradosso di Moore


«By “philosopher’s paradoxes” I mean (roughly) the kind of philosophical utterances which a layman be expected to find at first absurd, shocking, and repugnant»
Paul Grice, Moore and Philosopher’s Paradoxes, p. 154.




La filosofia analitica s'impernia sulle intuizioni linguistiche che costituiscono spesso sia l'oggetto che lo strumento della sua indagine - e ciò crea non pochi problemi, anche per la vischiosità del concetto di intuizione, per il suo inevitabile trasfigurarsi nel punto di vista soggettivo del ricercatore.
E che fare quando il ricercatore suddetto scopre che intuizioni linguistiche che credeva ampiamente condivise invece non sono tali?

In questi giorni a chi mi chiede cosa faccio, rispondo che mi sto dedicando al paradosso di Moore, ossia a leggere saggi che analizzano le ragioni per cui ci sembrano assurde, paradossali, affermazioni come 'Piove, ma non ci credo' o 'Piove, ma credo che non piova'.
Ebbene, un numero impressionante di persone mi risponde che simili asserzioni non gli sembrano affatto strane. Possibile?! Certo, in genere, dopo un po' riesco a convincerle: a convincerle, appunto, altro che intuizione linguistica!

Bibliografia essenziale sul paradosso di Moore
Albritton, Rogers (1995), Comments on “Moore’s Paradox and Self-Knowledge”, in “Philosophical Studies”, 77, pp. 229-239.
Atlas, Jay D. (2005), Logic, Meaning and Conversation, Oxford university Press, Oxford.
Black, Max (1952), Saying and Disbelieving, in "Analysis", 13(2), pp. 25-33.
Davidson, Donald (1981), Communication and Convention, in Davidson (1984), pp. 265-80; trad. it. Comunicazione e convenzione, in Davidson (1994), pp. 361-379.
Davidson, Donald (1984), Inquires into Truth and Interpretation, OUP, Oxford.
Davidson, Donald (1994), Verità e interpretazione, Il Mulino, Bologna.
Dummett, Michael (1959), Truth, in “Proceedings of the aristotelian society”; ried. in Dummett (1978); trad. it. La verità in Dummett (1986), pp. 68-92.
Dummett, Michael (1973), Frege: Philosophy of Language, Duckworth, London; trad. it. parziale Dummett (1983).
Dummett, Michael (1978), Truth and Other Enigmas, Duckworth, London; trad. it. Dummett (1986).
Dummett, Michael (1983), Filosofia del linguaggio. Saggio su Frege, Marietti, Casale Monferrato.
Dummett, Michael (1986), La verità ed altri enigmi, Il saggiatore, Milano.
Green, Mitchell S. / Williams, John N. (2007), Moore's Paradox: New Essays on Belief, Rationality and the First-Person, OUP, Oxford.
Grice, Paul H. (1989), Further Notes on Logic and Conversation, in Grice, Studies in the Way of Words, Harvard University Press, Cambridge-London, pp. 41-57.
Heal, Jane (1994), Moore's Paradox: A Wittgensteinian Approach, in "Mind", CIII, 409, pp. 5-24.
Koethe, John (1978), A Note on Moore's Paradox, in "Philosophical Studies", 34, pp. 303-310.
Moore, G.E., A Reply to my Critics, in Schilpp (ed.) (1942), II ed., pp. 533-677.
Rosenthal, David M. (1995a), Self-Knowledge and Moore’s Paradox, in “Philosophical Studies”, 77, pp. 195-209.
Rosenthal, David M. (1995b), Moore’s Paradox and Consciousness, in “Philosophical Perspectives”, 9, pp. 313-333.
Schilpp, Paul Arthur (ed.) (1942), The philosophy of G.E. Moore, Tudor Publishing Company, New York, II ed., 1952.
Shoemaker, Sidney (1995), Moore’s Paradox and Self-Knowledge, in “Philosophical Studies”, 77, pp. 211-228.
Sorensen, Roy (1988), Blindspots, OUP, Oxford.
Wittgenstein, Ludwig (1953), Philosophische Untersuchungen, Basil Blackwell, Oxford; trad. it. Wittgenstein (1967).
Wittgenstein, Ludwig (1967), Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, II ed., 1995.


Consiglio anche di dare un'occhiata alla voce inglese di wikipedia che mi sembra proprio ben fatta.

Il paradosso di Moore


«By “philosopher’s paradoxes” I mean (roughly) the kind of philosophical utterances which a layman be expected to find at first absurd, shocking, and repugnant»
Paul Grice, Moore and Philosopher’s Paradoxes, p. 154.




La filosofia analitica s'impernia sulle intuizioni linguistiche che costituiscono spesso sia l'oggetto che lo strumento della sua indagine - e ciò crea non pochi problemi, anche per la vischiosità del concetto di intuizione, per il suo inevitabile trasfigurarsi nel punto di vista soggettivo del ricercatore.
E che fare quando il ricercatore suddetto scopre che intuizioni linguistiche che credeva ampiamente condivise invece non sono tali?

In questi giorni a chi mi chiede cosa faccio, rispondo che mi sto dedicando al paradosso di Moore, ossia a leggere saggi che analizzano le ragioni per cui ci sembrano assurde, paradossali, affermazioni come 'Piove, ma non ci credo' o 'Piove, ma credo che non piova'.
Ebbene, un numero impressionante di persone mi risponde che simili asserzioni non gli sembrano affatto strane. Possibile?! Certo, in genere, dopo un po' riesco a convincerle: a convincerle, appunto, altro che intuizione linguistica!

Bibliografia essenziale sul paradosso di Moore
Albritton, Rogers (1995), Comments on “Moore’s Paradox and Self-Knowledge”, in “Philosophical Studies”, 77, pp. 229-239.
Atlas, Jay D. (2005), Logic, Meaning and Conversation, Oxford university Press, Oxford.
Black, Max (1952), Saying and Disbelieving, in "Analysis", 13(2), pp. 25-33.
Davidson, Donald (1981), Communication and Convention, in Davidson (1984), pp. 265-80; trad. it. Comunicazione e convenzione, in Davidson (1994), pp. 361-379.
Davidson, Donald (1984), Inquires into Truth and Interpretation, OUP, Oxford.
Davidson, Donald (1994), Verità e interpretazione, Il Mulino, Bologna.
Dummett, Michael (1959), Truth, in “Proceedings of the aristotelian society”; ried. in Dummett (1978); trad. it. La verità in Dummett (1986), pp. 68-92.
Dummett, Michael (1973), Frege: Philosophy of Language, Duckworth, London; trad. it. parziale Dummett (1983).
Dummett, Michael (1978), Truth and Other Enigmas, Duckworth, London; trad. it. Dummett (1986).
Dummett, Michael (1983), Filosofia del linguaggio. Saggio su Frege, Marietti, Casale Monferrato.
Dummett, Michael (1986), La verità ed altri enigmi, Il saggiatore, Milano.
Green, Mitchell S. / Williams, John N. (2007), Moore's Paradox: New Essays on Belief, Rationality and the First-Person, OUP, Oxford.
Grice, Paul H. (1989), Further Notes on Logic and Conversation, in Grice, Studies in the Way of Words, Harvard University Press, Cambridge-London, pp. 41-57.
Heal, Jane (1994), Moore's Paradox: A Wittgensteinian Approach, in "Mind", CIII, 409, pp. 5-24.
Koethe, John (1978), A Note on Moore's Paradox, in "Philosophical Studies", 34, pp. 303-310.
Moore, G.E., A Reply to my Critics, in Schilpp (ed.) (1942), II ed., pp. 533-677.
Rosenthal, David M. (1995a), Self-Knowledge and Moore’s Paradox, in “Philosophical Studies”, 77, pp. 195-209.
Rosenthal, David M. (1995b), Moore’s Paradox and Consciousness, in “Philosophical Perspectives”, 9, pp. 313-333.
Schilpp, Paul Arthur (ed.) (1942), The philosophy of G.E. Moore, Tudor Publishing Company, New York, II ed., 1952.
Shoemaker, Sidney (1995), Moore’s Paradox and Self-Knowledge, in “Philosophical Studies”, 77, pp. 211-228.
Sorensen, Roy (1988), Blindspots, OUP, Oxford.
Wittgenstein, Ludwig (1953), Philosophische Untersuchungen, Basil Blackwell, Oxford; trad. it. Wittgenstein (1967).
Wittgenstein, Ludwig (1967), Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, II ed., 1995.


Consiglio anche di dare un'occhiata alla voce inglese di wikipedia che mi sembra proprio ben fatta.

venerdì 14 novembre 2008

sentenza Diaz: che vergogna!

"Certo bisogna farne di strada da una ginnastica di obbedienza
fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza,
però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni
"
Fabrizio De André, Nella mia ora di libertà



Il Tribunale di Genova ha assolto per le violenze perpetrate all'interno della scuola Diaz il 21 luglio 2001 i vertici della polizia: Franco Gratteri (a destra nella foto sotto), oggi direttore dell'anticrimine, Gianni Luperi, attuale capo del Dipartimento di analisi dell'Aisi (ex Sisde, il servizio segreto civile) e Gilberto Calderozzi, oggi capo dello SCO (servizio centrale operativo della polizia).



Dei 29 imputati 16 sono stati assolti: i 13 condannati sono tutti componenti del Settimo nucleo mobile di Roma, che fece di fatto irruzione all'interno della scuola.

Tra questi sono stati condannati a quattro anni (di cui tre condonati) l'allora capo del nucleo mobile Vincenzo Canterini (accusato di calunnia, falso ideologico e lesioni), e, rispettivamente, a tre anni e a due anni e sei mesi Pietro Troiani e Michele Burgio, ambedue imputati di calunnia, falso ideologico e violazione della legge sulle armi per aver introdotto bombe molotov all'interno della scuola.


Insomma la tesi accolta dai giudici è che le violenze e i falsi commessi furono un'iniziativa esclusiva del nucleo mobile di Roma, coperta (ma non ordinata) dal suo capo Canterini e in alcun modo appoggiata dai vertici delle forze dell'ordine.

Personalmente non ho seguito abbastanza da vicino il processo per sapere se vi fossero o no prove decisive a favore di un coinvolgimento dei capi della polizia (e, in particolare, di Gratteri, Luperi e Calderozzi), ma quello che certamente colpisce è la mitezza delle pene.

Un esempio tra tanti: Vincenzo Canterini è stato condannato a quattro anni di reclusione (di cui tre condonati) per concorso di falso ideologico e calunnia, quando (ex artt. 476-479 c.p.) il solo falso ideologico prevede una pena fino a 6 anni.

Anche se la ricostruzione dei giudici fosse esatta, se non ci fosse stato alcun "complotto", se non ci fosse mai stato alcun ordine di entrare e massacrare, costruendo false prove per giustificare le violenze perpetrate, la vicenda sarebbe comunque gravissima, costituendo una chiara testimonianza della propensione delle nostre forze dell'ordine ad abusare dei proprio poteri, commettendo lesioni e delitti vari nei confronti delle persone inerti sottoposte alla loro autorità - perché come ho sentito più volte ripetere nelle aule di giustizia genovesi all'indomani dei fatti della Diaz e di Bolzaneto, queste cose in questura succedono tutti i giorni.
E a ben vedere lo scandalo è proprio che di questo non ci si scandalizzi più di questo - che gli stessi giudici, una volta ricostruita la vicenda nei termini di ordinario abuso di potere poliziesco, decidano di infliggere pene all'acqua di rose.

Tutto ciò, ripeto, a voler credere alla buona fede dei magistrati e c'è chi, molto più informato di me sulle vicende processuali, non ci crede affatto - come Beirut o le altre persone impegnate nel supporto legale.



Ad aggravare il senso di farsa si aggiunge poi anche il condono (frutto questo di scelte politiche e non giurisdizionali): dei complessivi 35 anni e sette mesi di reclusione inflitti ai 13 condannati, ben 32 anni e sei mesi sono stati condonati.

Insomma, dopo i complimenti politici e le promozioni, adesso sopraggiunge anche l'assoluzione giudiziaria, a sancire l'irrilevanza pubblica (istituzionale, politica e, adesso, giurisdizionale) di un evento che sconvolse una generazione (la mia) o, meglio, quanti di quella generazione all'epoca nutrivano qualche illusione nello stato di diritto e nella partecipazione democratica.


sentenza Diaz: che vergogna!

"Certo bisogna farne di strada da una ginnastica di obbedienza
fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza,
però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni
"
Fabrizio De André, Nella mia ora di libertà



Il Tribunale di Genova ha assolto per le violenze perpetrate all'interno della scuola Diaz il 21 luglio 2001 i vertici della polizia: Franco Gratteri (a destra nella foto sotto), oggi direttore dell'anticrimine, Gianni Luperi, attuale capo del Dipartimento di analisi dell'Aisi (ex Sisde, il servizio segreto civile) e Gilberto Calderozzi, oggi capo dello SCO (servizio centrale operativo della polizia).



Dei 29 imputati 16 sono stati assolti: i 13 condannati sono tutti componenti del Settimo nucleo mobile di Roma, che fece di fatto irruzione all'interno della scuola.

Tra questi sono stati condannati a quattro anni (di cui tre condonati) l'allora capo del nucleo mobile Vincenzo Canterini (accusato di calunnia, falso ideologico e lesioni), e, rispettivamente, a tre anni e a due anni e sei mesi Pietro Troiani e Michele Burgio, ambedue imputati di calunnia, falso ideologico e violazione della legge sulle armi per aver introdotto bombe molotov all'interno della scuola.


Insomma la tesi accolta dai giudici è che le violenze e i falsi commessi furono un'iniziativa esclusiva del nucleo mobile di Roma, coperta (ma non ordinata) dal suo capo Canterini e in alcun modo appoggiata dai vertici delle forze dell'ordine.

Personalmente non ho seguito abbastanza da vicino il processo per sapere se vi fossero o no prove decisive a favore di un coinvolgimento dei capi della polizia (e, in particolare, di Gratteri, Luperi e Calderozzi), ma quello che certamente colpisce è la mitezza delle pene.

Un esempio tra tanti: Vincenzo Canterini è stato condannato a quattro anni di reclusione (di cui tre condonati) per concorso di falso ideologico e calunnia, quando (ex artt. 476-479 c.p.) il solo falso ideologico prevede una pena fino a 6 anni.

Anche se la ricostruzione dei giudici fosse esatta, se non ci fosse stato alcun "complotto", se non ci fosse mai stato alcun ordine di entrare e massacrare, costruendo false prove per giustificare le violenze perpetrate, la vicenda sarebbe comunque gravissima, costituendo una chiara testimonianza della propensione delle nostre forze dell'ordine ad abusare dei proprio poteri, commettendo lesioni e delitti vari nei confronti delle persone inerti sottoposte alla loro autorità - perché come ho sentito più volte ripetere nelle aule di giustizia genovesi all'indomani dei fatti della Diaz e di Bolzaneto, queste cose in questura succedono tutti i giorni.
E a ben vedere lo scandalo è proprio che di questo non ci si scandalizzi più di questo - che gli stessi giudici, una volta ricostruita la vicenda nei termini di ordinario abuso di potere poliziesco, decidano di infliggere pene all'acqua di rose.

Tutto ciò, ripeto, a voler credere alla buona fede dei magistrati e c'è chi, molto più informato di me sulle vicende processuali, non ci crede affatto - come Beirut o le altre persone impegnate nel supporto legale.



Ad aggravare il senso di farsa si aggiunge poi anche il condono (frutto questo di scelte politiche e non giurisdizionali): dei complessivi 35 anni e sette mesi di reclusione inflitti ai 13 condannati, ben 32 anni e sei mesi sono stati condonati.

Insomma, dopo i complimenti politici e le promozioni, adesso sopraggiunge anche l'assoluzione giudiziaria, a sancire l'irrilevanza pubblica (istituzionale, politica e, adesso, giurisdizionale) di un evento che sconvolse una generazione (la mia) o, meglio, quanti di quella generazione all'epoca nutrivano qualche illusione nello stato di diritto e nella partecipazione democratica.


domenica 9 novembre 2008

De Cataldo, Romanzo criminale



Ispirato alla vera storia della banda della Magliana, Romanzo criminale di Giancarlo de Cataldo (giudice della Corte d'Assise romana) racconta l'ascesa e il dominio di una potente organizzazione criminale nella Roma degli anni di piombo, tra corruzione, legami mafiosi, servizi segreti ed intrecci con le più sanguinose vicende italiane (l'omicidio Moro, la strage di Bologna, l'uccisione di Dalla Chiesa e i tanti altri oscuri avvenimenti di quegl'anni).

Lo stile asciutto, la narrazione pulita, la caratterizzazione precisa dei personaggi, ne fanno uno strano e riuscitissimo ibrido tra cronaca giudiziaria e racconto epico, dove mito e realtà si compenetrano, lasciando il lettore a domandarsi cosa sia davvero successo e cosa, invece, sia frutto di invenzione.

E tutto ciò è assolutamente voluto. In un'intervista a Nino G. D'Attis, Giancarlo de Cataldo ha, infatti, dichiarato:
L’errore di fondo sta nel considerare Romanzo Criminale come una storia della Banda della Magliana. Prima ancora che dai rapporti giudiziari e dalle sentenze, la vera storia di questa holding criminale è stata ottimamente scritta da Bianconi, Flamini e altri. Il compito del narratore è di tradire la storia (che sarebbe bella cosa, diceva Tolstoi, se solo fosse vera) piegandola alle esigenze del Mito. Estrarre dai nudi fatti una linea metaforica e mitologica e puntare al cuore di una falsa storia: per ciò stesso più vera, e comunque più convincente, di quella ‘ufficiale’.




Sul versante realtà, affiora a tratti nel romanzo una discussione sui temi del garantismo penale, legata anche all'introduzione in Italia del sistema accusatorio (con la riforma del codice di procedura penale del 1988) - purtroppo però gli unici punti di vista riportati sono quelli dello sbirro Scialoja (che ha ben pochi scrupoli morali ed è fermamente convinto che i problemi della giustizia si riducano all'avere troppi delinquenti liberi) e del colluso avvocato Vasta (preoccupato solo di tenere in libertà i suoi clienti criminali). Come ogni buon giudice, De Cataldo è attentissimo nel non far trapelare il suo punto di vista.

Sul versante invenzione, lascia perplessi che il coinvolgimento dei servizi segreti si limiti a poche frange devianti, oltrettutto orbitanti intorno ad un unico personaggio (peraltro magistralmente descritto): il Vecchio, un eccentrico uomo di potere che gioca con la storia, perseguendo un personalissimo disegno di caos e anarchia - giustamente paragonato al dr. Stranamore (che vuole la bomba per la bomba).

Dal libro sono stati tratti l'omonimo film di Michele Placido e la serie TV in onda su Sky dal 10 novembre. Nel 2007 è uscito il seguito di Romanzo criminale: Nelle mani giuste.


De Cataldo, Romanzo criminale



Ispirato alla vera storia della banda della Magliana, Romanzo criminale di Giancarlo de Cataldo (giudice della Corte d'Assise romana) racconta l'ascesa e il dominio di una potente organizzazione criminale nella Roma degli anni di piombo, tra corruzione, legami mafiosi, servizi segreti ed intrecci con le più sanguinose vicende italiane (l'omicidio Moro, la strage di Bologna, l'uccisione di Dalla Chiesa e i tanti altri oscuri avvenimenti di quegl'anni).

Lo stile asciutto, la narrazione pulita, la caratterizzazione precisa dei personaggi, ne fanno uno strano e riuscitissimo ibrido tra cronaca giudiziaria e racconto epico, dove mito e realtà si compenetrano, lasciando il lettore a domandarsi cosa sia davvero successo e cosa, invece, sia frutto di invenzione.

E tutto ciò è assolutamente voluto. In un'intervista a Nino G. D'Attis, Giancarlo de Cataldo ha, infatti, dichiarato:
L’errore di fondo sta nel considerare Romanzo Criminale come una storia della Banda della Magliana. Prima ancora che dai rapporti giudiziari e dalle sentenze, la vera storia di questa holding criminale è stata ottimamente scritta da Bianconi, Flamini e altri. Il compito del narratore è di tradire la storia (che sarebbe bella cosa, diceva Tolstoi, se solo fosse vera) piegandola alle esigenze del Mito. Estrarre dai nudi fatti una linea metaforica e mitologica e puntare al cuore di una falsa storia: per ciò stesso più vera, e comunque più convincente, di quella ‘ufficiale’.




Sul versante realtà, affiora a tratti nel romanzo una discussione sui temi del garantismo penale, legata anche all'introduzione in Italia del sistema accusatorio (con la riforma del codice di procedura penale del 1988) - purtroppo però gli unici punti di vista riportati sono quelli dello sbirro Scialoja (che ha ben pochi scrupoli morali ed è fermamente convinto che i problemi della giustizia si riducano all'avere troppi delinquenti liberi) e del colluso avvocato Vasta (preoccupato solo di tenere in libertà i suoi clienti criminali). Come ogni buon giudice, De Cataldo è attentissimo nel non far trapelare il suo punto di vista.

Sul versante invenzione, lascia perplessi che il coinvolgimento dei servizi segreti si limiti a poche frange devianti, oltrettutto orbitanti intorno ad un unico personaggio (peraltro magistralmente descritto): il Vecchio, un eccentrico uomo di potere che gioca con la storia, perseguendo un personalissimo disegno di caos e anarchia - giustamente paragonato al dr. Stranamore (che vuole la bomba per la bomba).

Dal libro sono stati tratti l'omonimo film di Michele Placido e la serie TV in onda su Sky dal 10 novembre. Nel 2007 è uscito il seguito di Romanzo criminale: Nelle mani giuste.


giovedì 23 ottobre 2008

Borgenicht, Il bebè, manuale d'istruzioni



Il bebè, manuale d'istruzioni
di Louis e Joe Borgenicht (Kowalski, 2006, pp. 228; titolo originale The baby's owner manual) è, come recita il sottotitolo, "una guida pratica per l'utente", che aiuta nella "risoluzione dei problemi" e contiene "consigli utili per la corretta installazione e manutenzione" del vostro neonato.

Insomma si tratta di un libro sui neonati strutturato come un vero e proprio manuale di istruzioni, dove, a seconda delle necessità del momento, è possibile consultare rapidamente voci quali 'configurazione della cameretta', 'selezione e installazione del succhiotto', 'selezione del carburante per il bebè', 'attivazione della modalità sonno'.

Un'idea simpatica ed utile e, al di là della forma spiritosa, anche scientificamente attendibile: uno dei suoi autori, Louis Borgenicht, è infatti un noto pediatra.
Certo, questo libro non costituisce e non pretende di costituire la panacea di tutti i mali: a differenza di altri testi che ho letto di recente (come quello della Hogg e quello di Estivill) non propone un metodo miracoloso, né dispensa consigli su temi controversi e controvertibili (come l'allattamento o i sistemi per far addormentare il bimbo), ma si limita ad indicare tutti i metodi - e ha poi l'indubbio vantaggio di essere facilmente consultabile.

Borgenicht, Il bebè, manuale d'istruzioni



Il bebè, manuale d'istruzioni
di Louis e Joe Borgenicht (Kowalski, 2006, pp. 228; titolo originale The baby's owner manual) è, come recita il sottotitolo, "una guida pratica per l'utente", che aiuta nella "risoluzione dei problemi" e contiene "consigli utili per la corretta installazione e manutenzione" del vostro neonato.

Insomma si tratta di un libro sui neonati strutturato come un vero e proprio manuale di istruzioni, dove, a seconda delle necessità del momento, è possibile consultare rapidamente voci quali 'configurazione della cameretta', 'selezione e installazione del succhiotto', 'selezione del carburante per il bebè', 'attivazione della modalità sonno'.

Un'idea simpatica ed utile e, al di là della forma spiritosa, anche scientificamente attendibile: uno dei suoi autori, Louis Borgenicht, è infatti un noto pediatra.
Certo, questo libro non costituisce e non pretende di costituire la panacea di tutti i mali: a differenza di altri testi che ho letto di recente (come quello della Hogg e quello di Estivill) non propone un metodo miracoloso, né dispensa consigli su temi controversi e controvertibili (come l'allattamento o i sistemi per far addormentare il bimbo), ma si limita ad indicare tutti i metodi - e ha poi l'indubbio vantaggio di essere facilmente consultabile.

mercoledì 15 ottobre 2008

venerdì 17 ottobre, io sciopero


Benché da domani inizi il congedo obbligatorio per maternità, voglio aderire almeno simbolicamente allo sciopero generale di venerdì prossimo, 17 ottobre 2008, per protestare contro i danni all'istruzione pubblica e a quella universitaria in particolare, che l'attuale governo sta progettando o che ha già realizzato.

Le ragioni della mia adesione sono ben riassunte in questa circolare della FLC- CGL Milano:

"Il recentissimo decreto legge del 9 ottobre 2008, n. 155, Misure urgenti per garantire la stabilità del sistema creditizio e la continuità nell'erogazione del credito alle imprese e ai consumatori, nell'attuale situazione crisi dei mercati finanziari internazionali,(GU n. 237 del 9-10-2008 ), salva le banche e ammazza le Università e gli enti di Ricerca.

La FLC CGIL ritiene assolutamente scandaloso che per la prevista copertura finanziaria di tale decreto il Governo, a nome dello Stato, abbia decretato che per compensare le eventuali esposizioni degli istituti bancari o per supplire alla carenze degli stessi in materia di erogazione di contributi alle imprese, si faccia ricorso a procedure di recupero delle risorse pescando tra l'altro anche dai già esigui e già massacrati fondi messi a disposizione delle Università e degli Enti di Ricerca per la loro attività ordinaria.

Con quel decreto si dispone il taglio della quota finanziaria a disposizione di Università e Ricerca riducendo, di fatto, l'FFO (Finanziamento per il Funzionamento Ordinario), ovvero i soldi che servono per mandare avanti questi istituti giorno dopo giorno.

Non basta che per l’Università si punti alla loro trasformazione in fondazioni di diritto privato e che si sia deciso per un loro processo di declassamento attraverso un blocco del turn-over penalizzando soprattutto i giovani ricercatori e raffreddando il processo di stabilizzazione. Non basta ancora che si sia definito un taglio drastico di almeno 500 milioni di Euro sul FFO per i prossimi 3 anni pari ad un complessivo taglio graduale di 1,5 Miliardi di Euro entro il 2013 pregiudicando la regolare attività didattica ed il normale funzionamento degli Atenei e che si siano limitate pesantemente le assunzioni del personale tecnico-amministrativo per i prossimi anni"

Ma del resto c'è da stupirsi se un Governo che esprime menti raffinate come Calderoli e la Carfagna tiene in poco conto l'istruzione (e quella pubblica in particolare)?

Quello che davvero amareggia è che, come al solito, la maggioranza degli italiani è solidale con gli indirizzi politici berlusconiani: per la maggior parte della popolazione la cultura è un eccentrico orpello di nessuna utilità e di nessun valore. Chi la vuole che se la paghi - nelle università private, s'intende, o in quelle ex-pubbliche, trasformate anch'esse in imprese private.
Questo non solo è meschino, ma è anche stupido: la ricerca e la cultura sono fondamentali per lo sviluppo e il progresso - per il progresso tecnologico (e ciò vale soprattutto per la ricerca pura, ossia per quella che, non avendo immediate applicazioni pratiche, viene raramente finanziata dalle imprese, specie da quelle italiane notoriamente miopi e in perenne perdita), per la crescita economica (non perché con la laurea si trovi lavoro, ma perché una classe dirigente preparata e responsabile potrebbe manovrare una politica sensata e produttiva - sempre che i confindustriali-figli-di-papà si facciano da parte) e soprattutto per lo sviluppo sociale e civile, perché un popolo ignorante che non conosce la sua storia, non è in grado di analizzare il suo presente e non sa prevedere il suo futuro sarà sempre condannato ad essere governato da una classe politica che lo rispecchia e lo asseconda, conducendolo inevitabilmente all'oppressione e alla miseria.


venerdì 17 ottobre, io sciopero


Benché da domani inizi il congedo obbligatorio per maternità, voglio aderire almeno simbolicamente allo sciopero generale di venerdì prossimo, 17 ottobre 2008, per protestare contro i danni all'istruzione pubblica e a quella universitaria in particolare, che l'attuale governo sta progettando o che ha già realizzato.

Le ragioni della mia adesione sono ben riassunte in questa circolare della FLC- CGL Milano:

"Il recentissimo decreto legge del 9 ottobre 2008, n. 155, Misure urgenti per garantire la stabilità del sistema creditizio e la continuità nell'erogazione del credito alle imprese e ai consumatori, nell'attuale situazione crisi dei mercati finanziari internazionali,(GU n. 237 del 9-10-2008 ), salva le banche e ammazza le Università e gli enti di Ricerca.

La FLC CGIL ritiene assolutamente scandaloso che per la prevista copertura finanziaria di tale decreto il Governo, a nome dello Stato, abbia decretato che per compensare le eventuali esposizioni degli istituti bancari o per supplire alla carenze degli stessi in materia di erogazione di contributi alle imprese, si faccia ricorso a procedure di recupero delle risorse pescando tra l'altro anche dai già esigui e già massacrati fondi messi a disposizione delle Università e degli Enti di Ricerca per la loro attività ordinaria.

Con quel decreto si dispone il taglio della quota finanziaria a disposizione di Università e Ricerca riducendo, di fatto, l'FFO (Finanziamento per il Funzionamento Ordinario), ovvero i soldi che servono per mandare avanti questi istituti giorno dopo giorno.

Non basta che per l’Università si punti alla loro trasformazione in fondazioni di diritto privato e che si sia deciso per un loro processo di declassamento attraverso un blocco del turn-over penalizzando soprattutto i giovani ricercatori e raffreddando il processo di stabilizzazione. Non basta ancora che si sia definito un taglio drastico di almeno 500 milioni di Euro sul FFO per i prossimi 3 anni pari ad un complessivo taglio graduale di 1,5 Miliardi di Euro entro il 2013 pregiudicando la regolare attività didattica ed il normale funzionamento degli Atenei e che si siano limitate pesantemente le assunzioni del personale tecnico-amministrativo per i prossimi anni"

Ma del resto c'è da stupirsi se un Governo che esprime menti raffinate come Calderoli e la Carfagna tiene in poco conto l'istruzione (e quella pubblica in particolare)?

Quello che davvero amareggia è che, come al solito, la maggioranza degli italiani è solidale con gli indirizzi politici berlusconiani: per la maggior parte della popolazione la cultura è un eccentrico orpello di nessuna utilità e di nessun valore. Chi la vuole che se la paghi - nelle università private, s'intende, o in quelle ex-pubbliche, trasformate anch'esse in imprese private.
Questo non solo è meschino, ma è anche stupido: la ricerca e la cultura sono fondamentali per lo sviluppo e il progresso - per il progresso tecnologico (e ciò vale soprattutto per la ricerca pura, ossia per quella che, non avendo immediate applicazioni pratiche, viene raramente finanziata dalle imprese, specie da quelle italiane notoriamente miopi e in perenne perdita), per la crescita economica (non perché con la laurea si trovi lavoro, ma perché una classe dirigente preparata e responsabile potrebbe manovrare una politica sensata e produttiva - sempre che i confindustriali-figli-di-papà si facciano da parte) e soprattutto per lo sviluppo sociale e civile, perché un popolo ignorante che non conosce la sua storia, non è in grado di analizzare il suo presente e non sa prevedere il suo futuro sarà sempre condannato ad essere governato da una classe politica che lo rispecchia e lo asseconda, conducendolo inevitabilmente all'oppressione e alla miseria.


lunedì 6 ottobre 2008

Estivill, Dormi bambino dormi


Dormi bambino dormi. Guida rapida al sonno dei bambini (Feltrinelli, 2005, pp. 61; titolo originale: Método Estivill. Guía rápida para enseñar a dormir a los niños, 2002) è una breve introduzione al metodo elaborato da Eduard Estivill per insegnare ai bambini ad acquisire l'abitudine del sonno.

Per la verità, non è che si tratti di un metodo particolarmente originale, basato com'è su pochi punti fermi:
  • creare un ambiente adeguato (Estivill consiglia giostrine, lune, ciucci e pupazzetti da chiamarsi 'Pippo');
  • inventarsi una sorta di rito della buona notte - scandito in rigide fasi (quali i 10 minuti di affettuosità prima di mettere il bimbo a nanna);
  • messo il bambino nel letto o nella culla, lasciarlo da solo ripetendogli una frase (che il testo consiglia di imparare a memoria);
  • essere fermi e decisi;
  • aspettare sempre più tempo prima di accorrere alle grida disperate del piccolo e, dopo averlo calmato, lasciarlo nuovamente da solo ripetendo la magica frase.
Ho letto questo testo su suggerimento di Teoz, che mi aveva segnalato delle affinità tra il metodo Estivill e i consigli di Tracy Hogg su come insegnare ai neonati a dormire: personalmente, però, non ho trovato molte similitudini e, anzi, mentre il libro della Hogg mi aveva conquistato, quello di Estevill non mi ha affatto convinto.

Forse è perché ho letto la versione breve, ma il metodo Estivill mi è parso eccessivamente rigido e dogmatico.

In particolare, mi hanno lasciato perplessa: il fatto che Estivill non distingua tra bimbi di diverse età (dubito che un neonato abbia le stesse difficoltà di un bimbo di 3 anni che ancora non si addormenta o non dorme da solo, né che piangano per gli stessi motivi); il suggerimento di aspettare sempre più tempo prima di accorrere a tranquillizzare il bimbo piangente (mi pare un inutile sadismo, visto che tanto poi si uscirà dalla stanza prima che il bimbo riprenda sonno); l'obbligo di ignorare le richieste notturne dei bambini, inclusa quella di bere (per Estivill si tratta sempre e comunque di scuse - ma di notte io ho spesso sete, bevo di frequente e, infatti, dormo con una bottiglietta d'acqua sul comodino: perchè al mio bimbo non dovrebbe capitare la stessa cosa?); l'imposizione di mandare il bambino a letto sempre alla stessa ora (e se non ha sonno?).
La frase che Estivill impone di recitare prima di lasciare il bimbo da solo è poi alquanto inquietante: "Amore mio, papà e mamma ti insegneranno a dormire da solo, da oggi tu dormirai qui nel tuo lettino, in compagnia di Pippo, della luna e della giostrina". Ditemi se non suona come una minaccia?

Estivill, Dormi bambino dormi


Dormi bambino dormi. Guida rapida al sonno dei bambini (Feltrinelli, 2005, pp. 61; titolo originale: Método Estivill. Guía rápida para enseñar a dormir a los niños, 2002) è una breve introduzione al metodo elaborato da Eduard Estivill per insegnare ai bambini ad acquisire l'abitudine del sonno.

Per la verità, non è che si tratti di un metodo particolarmente originale, basato com'è su pochi punti fermi:
  • creare un ambiente adeguato (Estivill consiglia giostrine, lune, ciucci e pupazzetti da chiamarsi 'Pippo');
  • inventarsi una sorta di rito della buona notte - scandito in rigide fasi (quali i 10 minuti di affettuosità prima di mettere il bimbo a nanna);
  • messo il bambino nel letto o nella culla, lasciarlo da solo ripetendogli una frase (che il testo consiglia di imparare a memoria);
  • essere fermi e decisi;
  • aspettare sempre più tempo prima di accorrere alle grida disperate del piccolo e, dopo averlo calmato, lasciarlo nuovamente da solo ripetendo la magica frase.
Ho letto questo testo su suggerimento di Teoz, che mi aveva segnalato delle affinità tra il metodo Estivill e i consigli di Tracy Hogg su come insegnare ai neonati a dormire: personalmente, però, non ho trovato molte similitudini e, anzi, mentre il libro della Hogg mi aveva conquistato, quello di Estevill non mi ha affatto convinto.

Forse è perché ho letto la versione breve, ma il metodo Estivill mi è parso eccessivamente rigido e dogmatico.

In particolare, mi hanno lasciato perplessa: il fatto che Estivill non distingua tra bimbi di diverse età (dubito che un neonato abbia le stesse difficoltà di un bimbo di 3 anni che ancora non si addormenta o non dorme da solo, né che piangano per gli stessi motivi); il suggerimento di aspettare sempre più tempo prima di accorrere a tranquillizzare il bimbo piangente (mi pare un inutile sadismo, visto che tanto poi si uscirà dalla stanza prima che il bimbo riprenda sonno); l'obbligo di ignorare le richieste notturne dei bambini, inclusa quella di bere (per Estivill si tratta sempre e comunque di scuse - ma di notte io ho spesso sete, bevo di frequente e, infatti, dormo con una bottiglietta d'acqua sul comodino: perchè al mio bimbo non dovrebbe capitare la stessa cosa?); l'imposizione di mandare il bambino a letto sempre alla stessa ora (e se non ha sonno?).
La frase che Estivill impone di recitare prima di lasciare il bimbo da solo è poi alquanto inquietante: "Amore mio, papà e mamma ti insegneranno a dormire da solo, da oggi tu dormirai qui nel tuo lettino, in compagnia di Pippo, della luna e della giostrina". Ditemi se non suona come una minaccia?

venerdì 3 ottobre 2008

Larsson, La ragazza che giocava col fuoco


Secondo libro della trilogia Millennium, dopo Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco (titolo originale: Flickan som lekte med elden, 2006) non delude quanti si erano appasionati al primo episodio e conferma l'abilità narrativa di Stieg Larsson.

Un collaboratore della rivista Millennium e la sua fidanzata, entrambi impegnati in un'inchiesta sul traffico di prostituzione dai paesi dell'Est, vengono misteriosamente uccisi: dell'omicidio è accusata Lisbeth Salander. Sulla vicenda vengono avviate ben 4 diverse inchieste (quella di Mikael Blomkvist e dei suoi collaboratori di Millenium, quella della polizia diretta dall'ispettore Bublanski, quella della Milton Security e quella della stessa Lisbeth) che finiranno non solo per scoprire l'assassino, ma anche per svelare alcuni aspetti del passato di Lisbeth.

Ribadisco il giudizio espresso su Uomini che odiano le donne: Stieg Larsson ha uno stile talvolta un po' noioso, specie per l'eccesso di meticolosità - i suoi personaggi non fanno la spesa al supermercato, i suoi personaggi vanno al seven-11 e comprano "un barattolo di majonese calvè, 4 confezioni di rotoli per pizza Buitoni, 5 rotoli di carta igenica scotex, due tubetti di dentifricio pasta del capitano al gusto menta e salvia, ecc." - e questo spiega anche perché i suoi libri superino sempre le 700 pagine! - però è bravissimo nel costruire le trame, nell'intracciare i fili della narrazione, nel descrivere le scene d'azione e nel tenere alta la suspense. Decisamente convincenti, realistici e ben ideati anche i suoi personaggi: Erika Berger, Miriam Wu, Paolo Roberto, l'ispettore Bublanski e, sopra tutti, Lisbeth Salander, un personaggio che non si dimentica facilmente e che non esiterei a considerare il lascito di Larsson alla letteratura mondiale.

Adesso aspetto il terzo episodio, che, a quanto pare, in Italia uscirà a Natale. Peccato che sarà l'ultimo: Stieg Larsson è morto nel 2004 (prima che questo libro fosse pubblicato) stroncato da un infarto - avete notato che la maggior parte dei suoi personaggi fuma in continuazione?

Larsson, La ragazza che giocava col fuoco


Secondo libro della trilogia Millennium, dopo Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco (titolo originale: Flickan som lekte med elden, 2006) non delude quanti si erano appasionati al primo episodio e conferma l'abilità narrativa di Stieg Larsson.

Un collaboratore della rivista Millennium e la sua fidanzata, entrambi impegnati in un'inchiesta sul traffico di prostituzione dai paesi dell'Est, vengono misteriosamente uccisi: dell'omicidio è accusata Lisbeth Salander. Sulla vicenda vengono avviate ben 4 diverse inchieste (quella di Mikael Blomkvist e dei suoi collaboratori di Millenium, quella della polizia diretta dall'ispettore Bublanski, quella della Milton Security e quella della stessa Lisbeth) che finiranno non solo per scoprire l'assassino, ma anche per svelare alcuni aspetti del passato di Lisbeth.

Ribadisco il giudizio espresso su Uomini che odiano le donne: Stieg Larsson ha uno stile talvolta un po' noioso, specie per l'eccesso di meticolosità - i suoi personaggi non fanno la spesa al supermercato, i suoi personaggi vanno al seven-11 e comprano "un barattolo di majonese calvè, 4 confezioni di rotoli per pizza Buitoni, 5 rotoli di carta igenica scotex, due tubetti di dentifricio pasta del capitano al gusto menta e salvia, ecc." - e questo spiega anche perché i suoi libri superino sempre le 700 pagine! - però è bravissimo nel costruire le trame, nell'intracciare i fili della narrazione, nel descrivere le scene d'azione e nel tenere alta la suspense. Decisamente convincenti, realistici e ben ideati anche i suoi personaggi: Erika Berger, Miriam Wu, Paolo Roberto, l'ispettore Bublanski e, sopra tutti, Lisbeth Salander, un personaggio che non si dimentica facilmente e che non esiterei a considerare il lascito di Larsson alla letteratura mondiale.

Adesso aspetto il terzo episodio, che, a quanto pare, in Italia uscirà a Natale. Peccato che sarà l'ultimo: Stieg Larsson è morto nel 2004 (prima che questo libro fosse pubblicato) stroncato da un infarto - avete notato che la maggior parte dei suoi personaggi fuma in continuazione?

domenica 14 settembre 2008

Larsson, Uomini che odiano le donne



All'inizio, ossia per almeno 200 pagine, la lettura di Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson mi è risultata un po' faticosa - il romanzo non ha ovviamente contenuti pesanti, ma qualche passaggio risulta un po' noioso e lo stile di Larsson non è esattamente esuberante - dopo però mi sono appassionata all'intrigo, la curiosità ha preso il sopravvento e l'ho letteralmente divorato.

Un ottimo triller con una trama ben strutturata, priva di sbavature, col giusto grado di complessità (né troppo semplice né troppo complessa) e con alcuni momenti di autentica suspense.

Eccellente anche la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto dei due protagonisti, il reporter quarantenne Mikael Blomkvist e la venticinquenne (un po' borderline) Lisbeth Salander, cui si finisce inevitabilmente per affezzionarsi - anche per avere ancora loro notizie, domani andrò a comprarmi il secondo episodio della trilogia Millennium (dal nome del giornale di cui è comproprietario e per cui lavora Blomkvist): La ragazza che giocava col fuoco.

Larsson, Uomini che odiano le donne



All'inizio, ossia per almeno 200 pagine, la lettura di Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson mi è risultata un po' faticosa - il romanzo non ha ovviamente contenuti pesanti, ma qualche passaggio risulta un po' noioso e lo stile di Larsson non è esattamente esuberante - dopo però mi sono appassionata all'intrigo, la curiosità ha preso il sopravvento e l'ho letteralmente divorato.

Un ottimo triller con una trama ben strutturata, priva di sbavature, col giusto grado di complessità (né troppo semplice né troppo complessa) e con alcuni momenti di autentica suspense.

Eccellente anche la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto dei due protagonisti, il reporter quarantenne Mikael Blomkvist e la venticinquenne (un po' borderline) Lisbeth Salander, cui si finisce inevitabilmente per affezzionarsi - anche per avere ancora loro notizie, domani andrò a comprarmi il secondo episodio della trilogia Millennium (dal nome del giornale di cui è comproprietario e per cui lavora Blomkvist): La ragazza che giocava col fuoco.

domenica 7 settembre 2008

Giordano, La solitudine dei numeri primi



"Ormai l'aveva imparato.
Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante"



La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano è un romanzo gradevole, ben scritto, che si legge con facilità. La storia (quasi d'amore) di due solitudini, di due ragazzi difficili, segnati da un dramma negli anni dell'infanzia, che si sfiorano, si incrociano, senza mai davvero incontrarsi: come due numeri primi gemelli vicini, ma separati.