lunedì 29 ottobre 2007

Blitris, La filosofia del Dr. House




"Vi ho insegnato a mentire,
barare, rubare
e appena volto le spalle vi mettete in fila?!?
"
G. House, II.10




Come per l'impareggiabile Winnie Puh e la filosofia: da Platone a Popper di J. Tyerman Williams o il più recente I Simpson e la filosofia,
anche alla base de La filosofia del Dr. House vi è un'idea semplice e geniale:
non tanto quella di avvicinare le persone alla filosofia (impresa ardua e un pò naïf),
quanto quella di avvicinare la filosofia alla gente,
ossia di mettere alla prova le categorie filosofiche, di saggiarne la capacità esplicativa,
attraverso l'analisi di un oggetto, di un tema, preciso e notorio.

E il tentativo può dirsi pienamente riuscito: i quattro saggi,
più o meno brillanti, più o meno divertenti, sono tutti chiari e ben argomentati,
nelle loro premesse e nelle loro conclusioni.
I 4 ricercatori raccolti sotto il nome colletivo di Blitris esaminano
nell'ordine: l'iper-etica di House, l'etica (deontologica o consequenzialista?) di House,
la sua epistemologia (in che senso House sa quello che gli altri non sanno?) e
la sua logica.

Mi è parso particolarmente perspicuo il primo saggio -
non che gli altri non siano convincenti, al contrario, ma per lo più
si limitano ad indagare House attraverso categorie generali,
che potrebbero essere applicate a qualsiasi oggetto -
così ci si potrebbe chiedere:
l'etica di Batman è deontologica o consequenzialista?
in che senso Perry Mason sa quello che gli altri non sanno?
qual'è la logica degli investigatori di Law and order?.

In L'iper-etica di House, Blitris1 (Regazzoni) analizza, invece,
la specifica etica che House ha,
o, meglio, l'etica (l'iper-etica) che House è,
e giunge a paragonarlo addirittura al Singolo di Kierkegaard, al soggetto
"che risponde ad una sola cosa: all'ingiunzione di un dovere assoluto
come dovere che lo lega all'altro assoluto
in quanto altro nella sua singolarità" (p. 25).

Per House conta solo salvare quel suo unico paziente
e a questo dovere assoluto sacrifica ogni altro dovere etico,
e, pertanto, ogni altro soggetto, ogni altra persona cui l'etica (generale e universalizzabile)
imporrebbe di rispondere nello stesso modo (p. 43).
L'iper-etica di House è l'etica "della situazione e della risposta singolare" (p. 40)
e ciò implica anche che il momento della decisione,
il momento in cui House deve decidere che fare,
non sia regolato, ma sia sempre un gesto di follia (p. 41).
(tra parentesi: se questa fosse una recensione seria,
sarebbe interessante indagare i margini di
in/compatibilità tra questa tesi e quelle relative all'etica consequenzialista,
benchè non sempre coerente, di House e alla sua logica).

La tesi di Blitris1 è brillante e supportata da valide ragioni;
eppure c'è un aspetto che non mi persuade del tutto, o, meglio,
mi pare plausibile anche un'altra diversa interpretazione.

Ad House, lo sappiamo, i pazienti non interessano,
ad House interessano solo le malattie:
House vuole fare quello che fa meglio, sciogliere la diagnosi, risolvere il caso
- anche se la diagnosi è mortale, anche se la malattia è incurabile,
House vince comunque.
Questo sembra essere il dovere iper-etico cui House sacrifica tutto il resto:
non salvare il paziente, ma risolvere il caso.
L'altro assoluto non è un "altro", un essere umano nella sua singolarità,
semmai è quel caso singolo, ma un caso che vale in quanto permette
ad House di fare ciò che House sa fare,
l'unico fine che la sua iper-etica gli impone: risolvere il caso.
Il dovere iper-etico assoluto alla fine lega House soltanto a se stesso,
in una relazione autoreferenziale e narcisista.

Ovviamente, that's all folk





Blitris, La filosofia del Dr. House




"Vi ho insegnato a mentire,
barare, rubare
e appena volto le spalle vi mettete in fila?!?
"
G. House, II.10




Come per l'impareggiabile Winnie Puh e la filosofia: da Platone a Popper di J. Tyerman Williams o il più recente I Simpson e la filosofia,
anche alla base de La filosofia del Dr. House vi è un'idea semplice e geniale:
non tanto quella di avvicinare le persone alla filosofia (impresa ardua e un pò naïf),
quanto quella di avvicinare la filosofia alla gente,
ossia di mettere alla prova le categorie filosofiche, di saggiarne la capacità esplicativa,
attraverso l'analisi di un oggetto, di un tema, preciso e notorio.

E il tentativo può dirsi pienamente riuscito: i quattro saggi,
più o meno brillanti, più o meno divertenti, sono tutti chiari e ben argomentati,
nelle loro premesse e nelle loro conclusioni.
I 4 ricercatori raccolti sotto il nome colletivo di Blitris esaminano
nell'ordine: l'iper-etica di House, l'etica (deontologica o consequenzialista?) di House,
la sua epistemologia (in che senso House sa quello che gli altri non sanno?) e
la sua logica.

Mi è parso particolarmente perspicuo il primo saggio -
non che gli altri non siano convincenti, al contrario, ma per lo più
si limitano ad indagare House attraverso categorie generali,
che potrebbero essere applicate a qualsiasi oggetto -
così ci si potrebbe chiedere:
l'etica di Batman è deontologica o consequenzialista?
in che senso Perry Mason sa quello che gli altri non sanno?
qual'è la logica degli investigatori di Law and order?.

In L'iper-etica di House, Blitris1 (Regazzoni) analizza, invece,
la specifica etica che House ha,
o, meglio, l'etica (l'iper-etica) che House è,
e giunge a paragonarlo addirittura al Singolo di Kierkegaard, al soggetto
"che risponde ad una sola cosa: all'ingiunzione di un dovere assoluto
come dovere che lo lega all'altro assoluto
in quanto altro nella sua singolarità" (p. 25).

Per House conta solo salvare quel suo unico paziente
e a questo dovere assoluto sacrifica ogni altro dovere etico,
e, pertanto, ogni altro soggetto, ogni altra persona cui l'etica (generale e universalizzabile)
imporrebbe di rispondere nello stesso modo (p. 43).
L'iper-etica di House è l'etica "della situazione e della risposta singolare" (p. 40)
e ciò implica anche che il momento della decisione,
il momento in cui House deve decidere che fare,
non sia regolato, ma sia sempre un gesto di follia (p. 41).
(tra parentesi: se questa fosse una recensione seria,
sarebbe interessante indagare i margini di
in/compatibilità tra questa tesi e quelle relative all'etica consequenzialista,
benchè non sempre coerente, di House e alla sua logica).

La tesi di Blitris1 è brillante e supportata da valide ragioni;
eppure c'è un aspetto che non mi persuade del tutto, o, meglio,
mi pare plausibile anche un'altra diversa interpretazione.

Ad House, lo sappiamo, i pazienti non interessano,
ad House interessano solo le malattie:
House vuole fare quello che fa meglio, sciogliere la diagnosi, risolvere il caso
- anche se la diagnosi è mortale, anche se la malattia è incurabile,
House vince comunque.
Questo sembra essere il dovere iper-etico cui House sacrifica tutto il resto:
non salvare il paziente, ma risolvere il caso.
L'altro assoluto non è un "altro", un essere umano nella sua singolarità,
semmai è quel caso singolo, ma un caso che vale in quanto permette
ad House di fare ciò che House sa fare,
l'unico fine che la sua iper-etica gli impone: risolvere il caso.
Il dovere iper-etico assoluto alla fine lega House soltanto a se stesso,
in una relazione autoreferenziale e narcisista.

Ovviamente, that's all folk





sabato 27 ottobre 2007

Steinbeck, Furore









"Le grandi società non sanno
che la linea di demarcazione tra fame e furore
è sottile come un capello. E il denaro
che potrebbe andare in salari va in gas,
in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.
Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro,
e in seno ad essa serpreggia il furore, e fermenta"
J. Steinbek, Furore


"
And The highway is alive tonight
Nobody's foolin' nobody is to where it goes I'm sitting down here in the campfire light Searchin' for the Ghost of Tom Joad"
B. Springsteen, The ghost of Tom Joad


Mezzadri, piccoli proprietari, famiglie che da sempre vivono
della terra che lavorano, se la sono ipotecata un anno in cui il raccolto era scarso,
adesso è un altro anno di carestia, la terra è povera, il clima ostile
e non ci sarà granturco da raccogliere.
Ma le banche non accettano dilazioni,
vogliono essere pagate, chi non paga deve andarsene,
deve lasciar posto al progresso,
che vuol dire latifondo,
che vuol dire macchine che, da sole, svolgono il lavoro di intere famiglie.

E da mezzadri che erano si trasformano in nomadi,
abbandonano le terre che non sono più loro,
truffati da abili speculatori che comprano per niente le loro cose,
che gli vendono rottami di macchine a prezzi esosi.
E i nomadi caricano sui rottami tutto quello che possono caricare,
e dall'Oklahoma e dai paesi vicini
si mettono in marcia, invadono coi loro carretti la Highway 66,
diretti verso la California,
dove c'è lavoro, lo dicono i volantini che c'è lavoro -
perché spendere i soldi per farli stampare se non fosse vero?

E dove c'è lavoro per 100 si presentano in migliaia,
e i salari scendono, e le speranze di una vita nuova si infrangono
contro lo sfruttamento, la fame,
la paura dei locali, che reagiscono con violenza
a questa invasione di straccioni sporchi e denutriti.

E' l'America della Grande Depressione,
ma è anche una storia che abbiamo già letto -
in Rulli di tamburi per Rancas di Scorza,
in Fontamara di Silone, in Una terra chiamata Alentejo di Saramago,
in Cacao di Amado -
una storia che abbiamo già visto e che - come ci ricorda Springsteen -
continuiamo a vedere tutti i giorni.

La storia della miseria umana,
dello sfruttamente dell'uomo sull'uomo,
ma anche la storia della solidarietà tra gli ultimi,
della progressiva presa di coscienza dell'ingiustizia sociale
e dell'idea che, unendo le forze, il mondo si può - si deve - cambiare.

Una storia che Steinbeck racconta con impareggiabile maestria,
intrecciando, in un romanzo corale, le vicende di una famiglia, i Joad,
con notizie di cronaca e pagine in cui viene lasciato spazio
alle voci e alle storie di altri personaggi senza volto, protagonisti o spettatori
di questa vicenda tragica
- tra i tanti, segnalo il capitolo XV, dove Steinbeck ci trascina
nell'angolo visuale di una cameriera, che assiste dal suo ristorante
alla sfilata di straccioni sulla Highway 66.

Una scrittura intensa e pure pacata, mai frenetica,
esente da ogni moralismo o gratuito filosofeggiare,
capace di tratteggiare in poche righe psicologie complesse, personaggi a tutto tondo.
E i personaggi di Furore sono di quelli che non si dimenticano,
di quelli che dispiace abbandonare alla fine del libro.
Si vorrebbe quasi che la storia non finisse -
e la storia, infatti, continua ancora, da qualche altra parte,
meno lontano di quanto si vorrebbe.
Searchin' for the Ghost of Tom Joad






Steinbeck, Furore









"Le grandi società non sanno
che la linea di demarcazione tra fame e furore
è sottile come un capello. E il denaro
che potrebbe andare in salari va in gas,
in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.
Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro,
e in seno ad essa serpreggia il furore, e fermenta"
J. Steinbek, Furore


"
And The highway is alive tonight
Nobody's foolin' nobody is to where it goes I'm sitting down here in the campfire light Searchin' for the Ghost of Tom Joad"
B. Springsteen, The ghost of Tom Joad


Mezzadri, piccoli proprietari, famiglie che da sempre vivono
della terra che lavorano, se la sono ipotecata un anno in cui il raccolto era scarso,
adesso è un altro anno di carestia, la terra è povera, il clima ostile
e non ci sarà granturco da raccogliere.
Ma le banche non accettano dilazioni,
vogliono essere pagate, chi non paga deve andarsene,
deve lasciar posto al progresso,
che vuol dire latifondo,
che vuol dire macchine che, da sole, svolgono il lavoro di intere famiglie.

E da mezzadri che erano si trasformano in nomadi,
abbandonano le terre che non sono più loro,
truffati da abili speculatori che comprano per niente le loro cose,
che gli vendono rottami di macchine a prezzi esosi.
E i nomadi caricano sui rottami tutto quello che possono caricare,
e dall'Oklahoma e dai paesi vicini
si mettono in marcia, invadono coi loro carretti la Highway 66,
diretti verso la California,
dove c'è lavoro, lo dicono i volantini che c'è lavoro -
perché spendere i soldi per farli stampare se non fosse vero?

E dove c'è lavoro per 100 si presentano in migliaia,
e i salari scendono, e le speranze di una vita nuova si infrangono
contro lo sfruttamento, la fame,
la paura dei locali, che reagiscono con violenza
a questa invasione di straccioni sporchi e denutriti.

E' l'America della Grande Depressione,
ma è anche una storia che abbiamo già letto -
in Rulli di tamburi per Rancas di Scorza,
in Fontamara di Silone, in Una terra chiamata Alentejo di Saramago,
in Cacao di Amado -
una storia che abbiamo già visto e che - come ci ricorda Springsteen -
continuiamo a vedere tutti i giorni.

La storia della miseria umana,
dello sfruttamente dell'uomo sull'uomo,
ma anche la storia della solidarietà tra gli ultimi,
della progressiva presa di coscienza dell'ingiustizia sociale
e dell'idea che, unendo le forze, il mondo si può - si deve - cambiare.

Una storia che Steinbeck racconta con impareggiabile maestria,
intrecciando, in un romanzo corale, le vicende di una famiglia, i Joad,
con notizie di cronaca e pagine in cui viene lasciato spazio
alle voci e alle storie di altri personaggi senza volto, protagonisti o spettatori
di questa vicenda tragica
- tra i tanti, segnalo il capitolo XV, dove Steinbeck ci trascina
nell'angolo visuale di una cameriera, che assiste dal suo ristorante
alla sfilata di straccioni sulla Highway 66.

Una scrittura intensa e pure pacata, mai frenetica,
esente da ogni moralismo o gratuito filosofeggiare,
capace di tratteggiare in poche righe psicologie complesse, personaggi a tutto tondo.
E i personaggi di Furore sono di quelli che non si dimenticano,
di quelli che dispiace abbandonare alla fine del libro.
Si vorrebbe quasi che la storia non finisse -
e la storia, infatti, continua ancora, da qualche altra parte,
meno lontano di quanto si vorrebbe.
Searchin' for the Ghost of Tom Joad






domenica 21 ottobre 2007

Dr. House



Non c'è niente da dire:
gli americani i serial tv li sanno proprio fare, e il dr. House è uno dei loro prodotti migliori.
Un montaggio incalzante, ma non frenetico, una fotografia curata,
una regia che miscela sapientemente suspense,
dialoghi serrati, umorismo e momenti introspettivi (a sfondo musicale),
ripetendo in infinite variazioni la stessa struttura narrativa -
le puntate seguono tutte lo stesso schema, cosa che, evidentemente, risponde alle preferenze del pubblico, almeno secondo verosimili studi di settore -
insomma, la morfologia di House svela l'abitudinarietà (e la pigrizia mentale) dello spettatore televisivo medio, semmai ce ne fosse stato bisogno.

Il punto forte della serie è, indubbiamente, il soggetto.
Il personaggio di House ha chiari riferimenti letterari: Sherlock Holmes, innanzitutto,
ma anche l'Achab di Melville (citato in almeno due puntate).

Come Holmes, House è un genio dell'abduzione, l'arte di formulare ipotesi esplicative - qualcosa di molto simile al tirare a indovinare.
Come Holmes, House è un tossicomane, morfina in un caso, Vicodin nell'altro - sempre antidoloriferi, ma la differenza non è irrilevante, perchè la morfina si inietta per via endovenosa - decisamente troppo forte, anche in seconda serata!
La dipendenza dalla droga è una cifra di entrambi i personaggi:
ne sottolinea l'umanità tragica, il dolore esistenziale, prima che fisico.

Come Achab, House è zoppo e ossessiosanato da un'idea, una missione:
uccidere Moby Dick -
ma la Moby Dick di House è un'oggetto oscuro, di difficile individuazione:
risolvere il caso, certo, ma il caso è sempre diverso e arriva sempre un caso nuovo,
la caccia prosegue sempre, la meta è irraggiungibile.

Eppure, più che un personaggio letterario, Greg House mi ricorda un eroe dei fumetti:
i suoi tratti caratteristici sono così marcati da renderlo irreale e i cambiamenti in lui sono sempre minimi e per lo più esteriori (chitarra nuova, bastone nuovo).
House è il cavaliere oscuro, il genio cinico e maledetto, che porta impressa sulla carne i segni della sua diversità.
Un eroe anti-convenzionale che non vuole salvare il mondo e nemmeno i suoi pazienti,
ma vuole solo esercitare il suo dono, fare quello che sa fare meglio e che, più di ogni cosa, lo connota come Greg House - come qualcuno gli fa notare, un tipo così stronzo non potrebbe certo lavorare, se non fosse davvero bravo.

"Tu non ti piaci, ma ti ammiri" - gli dice Wilson (il grillo parlante).
House è infelice, ma fedele a se stessso. E a noi piace proprio perché è integro
nel suo essere Greg House (cinico ed egocentrico, fino in fondo) ed è disperato in questa sua integrità:
la prima caratteristica ne fa un supereroe, la seconda un supereroe-umano.

Non esageriamo, però, la carica anti-conformista del prodotto televisivo:
il dr. House, alla fine, esprime una morale assolutamente convenzionale, perfino nei tratti in cui è anti-conformista.
Certo, House è un tossico che non rispetta il protocollo e ignora le regole, ma alla fine ha ragione e salva (quasi sempre) i pazienti - ed è tollerato dalla Cuddy nella misura in cui ha ragione, ed è frenato dal buon senso di tutti gli altri personaggi che gli fanno da solerte contrappunto, tranquillizzando gli spettatori sulla morale dominante.
I momenti di buonismo, inoltre, non mancano certo nel serial, e capita spesso che perfino House giunga a stabilire contatti umani e affettivi con pazienti e colleghi - svelando così il suo lato umano - momenti imbarazzanti, a dire il vero, come la scena del bacio con la sua ex, un vero scivolone, a mio giudizio.
Del resto il prodotto è confezionato per piacere a tutti, gli autori son persone che sanno fare il loro mestiore. O almeno lo sapevano fare.

Al riguardo, ho iniziato a vedere la serie IV e sono davvero perplessa:
ho come l'impressione che gli autori abbiamo esaurito le energie creative e si stiano scrivendo addosso.
House comincia a dare preoccupanti segni di squilibrio psichico:
si veste da stregone, seleziona i suoi assistenti in modo totalmente arbitrario -
li caccia per un nonnulla, ma poi tiene un'aspirante che ha causato la morte di un paziente,
perché sa che non farà più lo stesso errore (sic!) -
si procura un arresto cardiaco per scoprire se c'è qualcosa dopo la morte - gli era venuto un dubbio...
Inoltre mi pare che la serie stia prendendo un'insopportabile piega mistica.
Speriamo che rinsaviscano.

Dr. House



Non c'è niente da dire:
gli americani i serial tv li sanno proprio fare, e il dr. House è uno dei loro prodotti migliori.
Un montaggio incalzante, ma non frenetico, una fotografia curata,
una regia che miscela sapientemente suspense,
dialoghi serrati, umorismo e momenti introspettivi (a sfondo musicale),
ripetendo in infinite variazioni la stessa struttura narrativa -
le puntate seguono tutte lo stesso schema, cosa che, evidentemente, risponde alle preferenze del pubblico, almeno secondo verosimili studi di settore -
insomma, la morfologia di House svela l'abitudinarietà (e la pigrizia mentale) dello spettatore televisivo medio, semmai ce ne fosse stato bisogno.

Il punto forte della serie è, indubbiamente, il soggetto.
Il personaggio di House ha chiari riferimenti letterari: Sherlock Holmes, innanzitutto,
ma anche l'Achab di Melville (citato in almeno due puntate).

Come Holmes, House è un genio dell'abduzione, l'arte di formulare ipotesi esplicative - qualcosa di molto simile al tirare a indovinare.
Come Holmes, House è un tossicomane, morfina in un caso, Vicodin nell'altro - sempre antidoloriferi, ma la differenza non è irrilevante, perchè la morfina si inietta per via endovenosa - decisamente troppo forte, anche in seconda serata!
La dipendenza dalla droga è una cifra di entrambi i personaggi:
ne sottolinea l'umanità tragica, il dolore esistenziale, prima che fisico.

Come Achab, House è zoppo e ossessiosanato da un'idea, una missione:
uccidere Moby Dick -
ma la Moby Dick di House è un'oggetto oscuro, di difficile individuazione:
risolvere il caso, certo, ma il caso è sempre diverso e arriva sempre un caso nuovo,
la caccia prosegue sempre, la meta è irraggiungibile.

Eppure, più che un personaggio letterario, Greg House mi ricorda un eroe dei fumetti:
i suoi tratti caratteristici sono così marcati da renderlo irreale e i cambiamenti in lui sono sempre minimi e per lo più esteriori (chitarra nuova, bastone nuovo).
House è il cavaliere oscuro, il genio cinico e maledetto, che porta impressa sulla carne i segni della sua diversità.
Un eroe anti-convenzionale che non vuole salvare il mondo e nemmeno i suoi pazienti,
ma vuole solo esercitare il suo dono, fare quello che sa fare meglio e che, più di ogni cosa, lo connota come Greg House - come qualcuno gli fa notare, un tipo così stronzo non potrebbe certo lavorare, se non fosse davvero bravo.

"Tu non ti piaci, ma ti ammiri" - gli dice Wilson (il grillo parlante).
House è infelice, ma fedele a se stessso. E a noi piace proprio perché è integro
nel suo essere Greg House (cinico ed egocentrico, fino in fondo) ed è disperato in questa sua integrità:
la prima caratteristica ne fa un supereroe, la seconda un supereroe-umano.

Non esageriamo, però, la carica anti-conformista del prodotto televisivo:
il dr. House, alla fine, esprime una morale assolutamente convenzionale, perfino nei tratti in cui è anti-conformista.
Certo, House è un tossico che non rispetta il protocollo e ignora le regole, ma alla fine ha ragione e salva (quasi sempre) i pazienti - ed è tollerato dalla Cuddy nella misura in cui ha ragione, ed è frenato dal buon senso di tutti gli altri personaggi che gli fanno da solerte contrappunto, tranquillizzando gli spettatori sulla morale dominante.
I momenti di buonismo, inoltre, non mancano certo nel serial, e capita spesso che perfino House giunga a stabilire contatti umani e affettivi con pazienti e colleghi - svelando così il suo lato umano - momenti imbarazzanti, a dire il vero, come la scena del bacio con la sua ex, un vero scivolone, a mio giudizio.
Del resto il prodotto è confezionato per piacere a tutti, gli autori son persone che sanno fare il loro mestiore. O almeno lo sapevano fare.

Al riguardo, ho iniziato a vedere la serie IV e sono davvero perplessa:
ho come l'impressione che gli autori abbiamo esaurito le energie creative e si stiano scrivendo addosso.
House comincia a dare preoccupanti segni di squilibrio psichico:
si veste da stregone, seleziona i suoi assistenti in modo totalmente arbitrario -
li caccia per un nonnulla, ma poi tiene un'aspirante che ha causato la morte di un paziente,
perché sa che non farà più lo stesso errore (sic!) -
si procura un arresto cardiaco per scoprire se c'è qualcosa dopo la morte - gli era venuto un dubbio...
Inoltre mi pare che la serie stia prendendo un'insopportabile piega mistica.
Speriamo che rinsaviscano.

mercoledì 26 settembre 2007

M. Ignatieff, Una ragionevole apologia dei diritti umani


"la moralità umana in generale e i diritti umani in particolare
rappresentano un tentativo sistematico
di correggere e contrastare le tendenze naturali
che abbiamo scoperto in noi stessi in quanto esseri umani"





Il testo si compone di due saggi.
Il primo saggio, I diritti umani come politica,
contiene una serie di riflessioni, piuttosto frammentarie,
sulla tutela internazionale dei diritti e
sui rapporti tra i diritti umani, da un lato,
sovranità statale, integrità territoriale e democrazia, dall'altro.
Nel complesso questa prima parte mi è parsa piuttosto deludente:
Ignatieff oscilla tra ragionevoli banalità e
tesi spesso opinabili e sempre poco argomentate.

In particolare, è discutibile l'idea secondo cui l'intervento a
(presunta) difesa dei diritti umani
debba ispirarsi allo stesso principio del consenso informato
che si applica in campo medico:
stante, infatti, l'impossibilità di accertare l'effettivo consenso
da parte della popolazione coinvolta,
in campo internazionale un simile principio non potrebbe che tradursi
in una presunzione di consenso, che aprirebbe surrettiziamente il campo a considerazioni di matrice paternalistica
opposte al principio medico del consenso informato
- il quale si è affermato proprio per evitare che
i medici scelgano al posto dei pazienti (sia pure nel loro interesse) -

Più in generale, il favore di Ignatieff per l'intervento armato appare in
netto contrasto con la tesi secondo cui
"I governi che concedono sicurezza ai propri cittadini
senza democrazia sono preferibili all'assenza totale di governo" (p. 40),
posto che egli stesso ammette che,
fino ad oggi, tali interventi non hanno prodotto che anarchia
e nuove forme di oppressione
- nè Ignatieff è in grado di articolare
alcuna proposta concreta per evitare che ciò possa ripetersi in futuro.

Il secondo saggio, Diritti umani come idolatria, affronta
la critica secondo cui i diritti umani non rappresentano altro che
una giustificazione dell'imperialismo morale occidentale,
un'ideologia che legittima il capitalismo globale.

A questa critica Ignatieff oppone l'esigenza di una teoria leggera dei diritti umani,
che prescinda da qualsiasi idea di natura umana,
si fondi su una giustificazione prudenziale e
non pretenda di imporre una data concezione del bene, ma si limiti a definire
le condizioni minime di vita.

Al riguardo, però, se è vero che una giustificazione minimalista dei diritti umani
- che rigetti ogni fondazione di tipo giusnaturalistico - sembra in grado
di conciliare l'universalismo con il pluralismo culturale e morale,
non si vede perchè una simile giustificazione debba sfociare in un catalogo di diritti
anch'esso minimalista e, per di più, di matrice esclusivamente liberale.
A mio giudizio, l'individualismo morale che, secondo Ignatieff, caratterizza i diritti
in quanto strumenti per tutelare l'individuo contro l'oppressione di determinati gruppi
(lo stato, la famiglia, la religione, ecc.),
non è affatto estraneo ai diritti sociali. Mi spiego.

Storicamente l'individualismo si lega
ai diritti negativi della tradizione liberale,
mentre la nascita dei diritti sociali
si accompagna all'apparizione dei grandi movimenti di massa.
Tuttavia anche i diritti sociali possono essere ricostruiti in chiave individualistica:
è un interesse primariamente individuale quello di avere una casa,
essere curati in caso di malattie, ecc.
A simili diritti poi non è affatto estranea la dimensione del conflitto:
anch'essi costituiscono dei mezzi per difendere l'individuo contro gruppi di oppressione -
specie di carattere economico.