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martedì 3 marzo 2009

Sofri, La notte che Pinelli


In La notte che Pinelli, Adriano Sofri ricostruisce, attraverso un accurato esame di atti giudiziari, articoli di giornali e testimonianze, gli ultimi giorni del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli - indagato per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 (16 morti, decine di feriti), trattenuto (ben oltre il fermo consentito per legge) dalla sera del 12 alle prime ore del 16 dicembre, quando morì precipitando da una finestra del quarto piano della questura (per l'esattezza, dall'ufficio del commissario Luigi Calabresi).

Dalla ricostruzione di Sofri, non emerge nessuna verità (la morte di Pinelli resta un mistero), solo molte menzogne - quelle degli agenti coinvolti e dei loro capi (Calabresi e Allegra in primis) - che dichiarano, si contraddicono, ritrattano, vedono e non vedono - e, soprattutto, si comportano in modo inspiegabile e inspiegato - un fatto tra tanti: nessuno degli agenti presenti nella stanza al momento della caduta di Pinelli scende per accertarsi delle sue condizioni (se è vivo o morto) - perchè? Difficile non pensare che avessero altri più urgenti problemi da discutere, come concordare una versione sull'accaduto - una prima versione, raffazzonata nell'ansia concitata del momento (quella di Pinelli che, falsamente informato della confessione di Valpreda, si suicida al grido di 'L'anarchia è morta'), poi smentita, perché proprio non coincideva con la cronologia dei fatti.

Nemmeno la magistratura ne esce indenne - il castello di fumo e falsità culmina con la scandalosa sentenza di Gerardo D'Ambrosio - sì, proprio lui, l'eroe di "mani pulite". E dico 'scandalosa' da un punto di vista esclusivamente giuridico: D'Ambrosio (dopo una lunga inchiesta che lo stesso Soffri elogia per l'accuratezza) accoglie un'ipotesi, quella della caduta causata da un malore attivo, che non solo non era stata adombrata da nessun testimone e da nessuna perizia, ma, anzi, è in contrasto con tutte le deposizioni ed anche con un parere medico - quando le gambe cedono si cade indietro, non in avanti (nè tanto meno si riesce a spalancare repentinamente l'anta di una finestra!)



Sofri, indirizzando il libro ad una ragazza di vent'anni, tenta anche di ricostruire, spiegare, il clima di quegli anni - gli anni delle stragi di Stato, della strategia della tensione, delle piazze piene - ma non so quanto questa parte della sua impresa possa dirsi riuscita. Piuttosto consiglierei questo libro per approfondire un evento, la morte di Pinelli, che già la mia generazione conosce così poco, ed anche per leggere l'oggi attraverso i fatti di ieri.
Ed è una lettura sconfortante, o, almeno, che a me è sembrata tale.

L'epoca delle stragi di stato (e delle stragi e basta) è finita (almeno a casa nostra), ma anche quella delle piazze gremite - certo, continuano gli appelli accorati, e continuano a cadere nel nulla. Gli indagati si buttano ancora, sia pur raramente, dalle finestre delle questure, più spesso scivolano per le scale (continuo a chiedermi perché nessun avvocato intenti causa per responsabilità da cose in custodia, ex art. 2051 c.c.). La magistratura - che qualche volta ci sembra, o ci è sembrata, l'ultimo baluardo dello stato di diritto e che in molti vorremmo autonoma dal governo - delude ogni volta che si trova a giudicare gli apparati istituzionali (e le forze dell'ordine in particolare) - come è accaduto di recente con la sentenza Diaz.

E soprattutto il potere è sempre lo stesso e sul conto di chi ce l'ha in mano non c'è da farsi illusioni. Al riguardo vorrei riprendere un documento citato da Sofri, che mi ha lasciato a dir poco sbalordita. Si tratta della dichiarazione di Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione stragi, che, a proposito di piazza Fontana, afferma

L'attività di depistaggio dell'Ufficio Affari Riservati del ministero degli Interni non è sufficiente ad individuare nell'amministrazione del Viminalel'origine del mandato stragista. Per l'idea che mi sono fatto di Federico Umberto D'Amato, capo di quell'ufficio, direi che con ogni probabilità D'Amato avrà ritenuto un grave errore mettere la bomba nella banca o almeno farla esplodere quando la banca non era deserta

giovedì 17 luglio 2008

Il caso di Eluana Englaro




Onestamente il caso di Eluana Englaro non mi ha mai appasionato e per una ragione molto semplice: Eluana, in un senso rilevante del termine, è già morta da 16 anni.

Eluana si trova, infatti, in uno stato vegetativo permanente: ha subito danni cerebrali gravissimi e irreversibili, non è cosciente nè tanto meno autocosciente - insomma: l'Eluana di suo padre e dei suoi amici non c'è più da molto tempo, è rimasto il suo corpo, i suoi organi che ancora funzionano, le sue cellelule (o, meglio, parte di esse). Un corpo senza coscienza, una pianta che una volta era umana.

Anche per questa ragione sono rimasta un po' perplessa di fronte alla sentenza della Corte di Cassazione n. 21748 del 16 ottobre 2007 che, tra i requisiti per l'interruzione dell'alimimentazione artificiale, richiedeva non solo la prova dell'irreversibilità dello stato vegetativo permanente, ma anche che fosse "univocamente accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che ne orientavano i comportamenti e le decisioni, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento".

Se è accertata l'irreversibilità dello stato vegetativo, ciò significa che la persona in questione non ha coscienza e non l'avrà mai più, sicché cosa importa quello che voleva (o, meglio, che avrebbe voluto) quando era ancora viva e cosciente? La questione ha la stessa rilevanza etica del decidere cosa ne faranno dei nostri corpi quando saremo morti: ossia - per un ateo come per un credente - non dovrebbe averne nessuna - visto che, appunto, saremo morti, non saremo più quei corpi.

Proprio perché questa questione mi è sempre parsa eticamente irrilevante non posso che provare un enorme fastidio di fronte alle reazioni dei cattolici alla sentenza della Corte d'appello di Milano che consente l'interruzione dell'alimentazione artificiale.
Costoro urlano che la vita è un dono di Dio e gli uomini non posso interromperla.
Ora, anche a prescindere dalla circostanza (non irrilevante) che Dio non esiste, il corpo di Eluana è ancora in vita, non grazie a Dio, ma grazie al progresso della scienza umana - un progresso che, d'altra parte, i cattolici hanno spesso ostacolato e visto negativamente specie quando incide su questioni come la vita e la morte (ma anche l'astronomia ha dato i suoi problemi..)
Eluana, senza l'intervento umano, sarebbe morta. Se i cattolici credono, come dicono di credere, all'esistenza di un'anima, allora devono riconoscere che in quel corpo privo di coscienza, l'anima non c'è più.
Agitarsi tanto per un corpo senz'anima, per una vita che Dio si è già preso e che solo il progresso scientifico ha consentito di continuare a livello vegetale, mi sembra francamente incoerente. E i cattolici incoerenti lo sono spesso: del resto, si sa, ex falso quod libet

Il caso di Eluana Englaro




Onestamente il caso di Eluana Englaro non mi ha mai appasionato e per una ragione molto semplice: Eluana, in un senso rilevante del termine, è già morta da 16 anni.

Eluana si trova, infatti, in uno stato vegetativo permanente: ha subito danni cerebrali gravissimi e irreversibili, non è cosciente nè tanto meno autocosciente - insomma: l'Eluana di suo padre e dei suoi amici non c'è più da molto tempo, è rimasto il suo corpo, i suoi organi che ancora funzionano, le sue cellelule (o, meglio, parte di esse). Un corpo senza coscienza, una pianta che una volta era umana.

Anche per questa ragione sono rimasta un po' perplessa di fronte alla sentenza della Corte di Cassazione n. 21748 del 16 ottobre 2007 che, tra i requisiti per l'interruzione dell'alimimentazione artificiale, richiedeva non solo la prova dell'irreversibilità dello stato vegetativo permanente, ma anche che fosse "univocamente accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che ne orientavano i comportamenti e le decisioni, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento".

Se è accertata l'irreversibilità dello stato vegetativo, ciò significa che la persona in questione non ha coscienza e non l'avrà mai più, sicché cosa importa quello che voleva (o, meglio, che avrebbe voluto) quando era ancora viva e cosciente? La questione ha la stessa rilevanza etica del decidere cosa ne faranno dei nostri corpi quando saremo morti: ossia - per un ateo come per un credente - non dovrebbe averne nessuna - visto che, appunto, saremo morti, non saremo più quei corpi.

Proprio perché questa questione mi è sempre parsa eticamente irrilevante non posso che provare un enorme fastidio di fronte alle reazioni dei cattolici alla sentenza della Corte d'appello di Milano che consente l'interruzione dell'alimentazione artificiale.
Costoro urlano che la vita è un dono di Dio e gli uomini non posso interromperla.
Ora, anche a prescindere dalla circostanza (non irrilevante) che Dio non esiste, il corpo di Eluana è ancora in vita, non grazie a Dio, ma grazie al progresso della scienza umana - un progresso che, d'altra parte, i cattolici hanno spesso ostacolato e visto negativamente specie quando incide su questioni come la vita e la morte (ma anche l'astronomia ha dato i suoi problemi..)
Eluana, senza l'intervento umano, sarebbe morta. Se i cattolici credono, come dicono di credere, all'esistenza di un'anima, allora devono riconoscere che in quel corpo privo di coscienza, l'anima non c'è più.
Agitarsi tanto per un corpo senz'anima, per una vita che Dio si è già preso e che solo il progresso scientifico ha consentito di continuare a livello vegetale, mi sembra francamente incoerente. E i cattolici incoerenti lo sono spesso: del resto, si sa, ex falso quod libet

sabato 23 febbraio 2008

Contro l'oscurantismo cattolico - e le modifiche alla legge n. 194

Sembra incredibile che in questo paese ci siano uomini politici e cittadini comuni che vorrebbero riportarci indietro di 30 anni, eppure è così.

Sulla scia dell'oscurantismo cattolico, sempre più voci si uniscono al coro di quanti vorrebbero modificare (se non abrogare) la legge 22 maggio 1978 n. 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza.

Ferrara fonda la lista pro-life con un programma incentrato sul rifiuto di distribuire anche in Italia la pillola abortiva, Ru486, e l'appoggio ai neonatologi per la tutela sanitaria del neonato malato anche in assenza del consenso genitoriale; La Binetti (Pd) è preoccupata che l'accordo con i radicali possa compromettere i valori cattolici, ossia la lotta contro l'aborto e la sopracitata pillola abortiva; Berlusconi chiede all'ONU di riconoscere il diritto alla vita a partire dal concepimento (ovvero di riconoscere gli ovociti fecondati come soggetti di diritto - sic!), e sono sempre di più quelli che accolgono l'audace analogia ratzingeriana tra pena di morte e aborto (e ce ne vuole di fantasia).

La situazione è surreale e verrebbe da ridire se non fosse che rischiamo sul serio di ritrovarci catapultati in un'epoca mediovale di aborti clandestini e in un incubo post-futuristico di accanimento terapeutico verso feti destinati, nella migliore delle ipotesi, a crescere con malformazioni cerebrali permanenti. Il rifiuto della Ru486 poi è del tutto irrazionale, specie nel quadro della normativa vigente.

A prescindere dalla controversia sulla natura umana o meno dei concepiti (una natura che comunque mi sembra difficilmente configurabile quanto meno rispetto alle prime fasi dello sviluppo embrionale) esiste, a mio giudizio, un argomento forte a favore dell'interruzione di gravidanza.
Nessuno mi può costringere a rimanere fisicamente collegata ad un altro essere umano adulto al fine di tenerlo in vita, neppure se questo essere umano è mio figlio (o un mio genitore o il mio coniuge). Una simile costrizione è vietata giuridicamente dalla normativa attuale ed è moralmente riprovevole, contraria alla libertà di disporre del proprio corpo. Chi vuole proibire l'aborto vorrebbe invece imporre un simile obbligo a favore, non di un soggetto adulto, bensì di un embrione, di un ammasso di cellule ancora non specializzate.

Liberadonna ha lanciato una petizione rivolta a tutti i dirigenti del centro-sinistra affinché inseriscano nei loro programmi elettorali l'impegno a non modificare l'attuale normativa sull'interruzione di gravidanza. Per aderire è sufficiante firmare qui.

Contro l'oscurantismo cattolico - e le modifiche alla legge n. 194

Sembra incredibile che in questo paese ci siano uomini politici e cittadini comuni che vorrebbero riportarci indietro di 30 anni, eppure è così.

Sulla scia dell'oscurantismo cattolico, sempre più voci si uniscono al coro di quanti vorrebbero modificare (se non abrogare) la legge 22 maggio 1978 n. 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza.

Ferrara fonda la lista pro-life con un programma incentrato sul rifiuto di distribuire anche in Italia la pillola abortiva, Ru486, e l'appoggio ai neonatologi per la tutela sanitaria del neonato malato anche in assenza del consenso genitoriale; La Binetti (Pd) è preoccupata che l'accordo con i radicali possa compromettere i valori cattolici, ossia la lotta contro l'aborto e la sopracitata pillola abortiva; Berlusconi chiede all'ONU di riconoscere il diritto alla vita a partire dal concepimento (ovvero di riconoscere gli ovociti fecondati come soggetti di diritto - sic!), e sono sempre di più quelli che accolgono l'audace analogia ratzingeriana tra pena di morte e aborto (e ce ne vuole di fantasia).

La situazione è surreale e verrebbe da ridire se non fosse che rischiamo sul serio di ritrovarci catapultati in un'epoca mediovale di aborti clandestini e in un incubo post-futuristico di accanimento terapeutico verso feti destinati, nella migliore delle ipotesi, a crescere con malformazioni cerebrali permanenti. Il rifiuto della Ru486 poi è del tutto irrazionale, specie nel quadro della normativa vigente.

A prescindere dalla controversia sulla natura umana o meno dei concepiti (una natura che comunque mi sembra difficilmente configurabile quanto meno rispetto alle prime fasi dello sviluppo embrionale) esiste, a mio giudizio, un argomento forte a favore dell'interruzione di gravidanza.
Nessuno mi può costringere a rimanere fisicamente collegata ad un altro essere umano adulto al fine di tenerlo in vita, neppure se questo essere umano è mio figlio (o un mio genitore o il mio coniuge). Una simile costrizione è vietata giuridicamente dalla normativa attuale ed è moralmente riprovevole, contraria alla libertà di disporre del proprio corpo. Chi vuole proibire l'aborto vorrebbe invece imporre un simile obbligo a favore, non di un soggetto adulto, bensì di un embrione, di un ammasso di cellule ancora non specializzate.

Liberadonna ha lanciato una petizione rivolta a tutti i dirigenti del centro-sinistra affinché inseriscano nei loro programmi elettorali l'impegno a non modificare l'attuale normativa sull'interruzione di gravidanza. Per aderire è sufficiante firmare qui.

venerdì 28 dicembre 2007

nell'inferno di Guantanamo


A prayer for the wild at heart, kept in cages

Tennesse Williams











Inaugurato nel 2001, il carcere speciale di Guantanamo è uno spazio vuoto di diritto in cui
sono detenuti senza legittimo processo e a tempo indeterminato, quanti sono sospettati
di essere combattenti nemici - definizione estranea al diritto internazionale, elaborata per eludere l'applicazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra (12 agosto 1949).

La Corte Suprema americana, nei casi Hamdi v. Rumsfeld, Rumsfeld v. Padilla e Rasul v. Bush, ha affermato il diritto dei cittadini americani e dei cittadini di stati stranieri non in guerra con gli U.S., detenuti come combattenti nemici, di proporre ricorso alle corti distrettuali.
In particolare, secondo la Corte, benché il Congresso abbia autorizzato il Presidente all’uso della forza ed anche alla cattura di prigionieri, la detenzione non può essere indefinita, soprattutto una volta che si siano concluse le operazioni militari.

L'importanza di queste decisioni non va certo sottovalutata: esse riaffermano con forza il carattere garantista della tradizione giuridica statunitense ed aprono uno spiraglio di salvezza per molti detenuti. Resta il fatto che gli atti compiuti a Guantanamo sono sottratti a qualsiasi giurisdizione: i carcerieri possono disporre arbitrariamente degli internati, che non hanno alcuna garanzia di sorta - nulla di più drammaticamente vicino al concetto di nuda vita.

Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato più volte in questi anni il trattamento inumano e degradante cui sono sottoposti i prigionieri: le torture, le violenze, gli abusi, i ripetuti tentativi di suicidio.

Tutto ciò conferma una vecchia tesi sostenuta da Bobbio ne L'età dei diritti: il problema oggi non è quello di dichiarare o fondare i diritti umani, quanto piuttosto di garantirne il rispetto e l'effettività, soprattutto nei confronti dei potenti, degli stati più forti.
L'universalità dei diritti sarà effettivamente tale solo quando nessuno si arrogherà più il potere sovrano di decidere sullo stato di eccezione: ossia sui casi in cui un dato diritto non si applica, su chi è prigioniero di guerra e chi combattente nemico.


alcuni link correlati
chiudere guantanamo
il caso di
Sami Al-Hajj
prigionieri di Guantanamo di Michael Ratner e Ellen Ray
human rights watch
road to Guantanamo

nell'inferno di Guantanamo


A prayer for the wild at heart, kept in cages

Tennesse Williams











Inaugurato nel 2001, il carcere speciale di Guantanamo è uno spazio vuoto di diritto in cui
sono detenuti senza legittimo processo e a tempo indeterminato, quanti sono sospettati
di essere combattenti nemici - definizione estranea al diritto internazionale, elaborata per eludere l'applicazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra (12 agosto 1949).

La Corte Suprema americana, nei casi Hamdi v. Rumsfeld, Rumsfeld v. Padilla e Rasul v. Bush, ha affermato il diritto dei cittadini americani e dei cittadini di stati stranieri non in guerra con gli U.S., detenuti come combattenti nemici, di proporre ricorso alle corti distrettuali.
In particolare, secondo la Corte, benché il Congresso abbia autorizzato il Presidente all’uso della forza ed anche alla cattura di prigionieri, la detenzione non può essere indefinita, soprattutto una volta che si siano concluse le operazioni militari.

L'importanza di queste decisioni non va certo sottovalutata: esse riaffermano con forza il carattere garantista della tradizione giuridica statunitense ed aprono uno spiraglio di salvezza per molti detenuti. Resta il fatto che gli atti compiuti a Guantanamo sono sottratti a qualsiasi giurisdizione: i carcerieri possono disporre arbitrariamente degli internati, che non hanno alcuna garanzia di sorta - nulla di più drammaticamente vicino al concetto di nuda vita.

Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato più volte in questi anni il trattamento inumano e degradante cui sono sottoposti i prigionieri: le torture, le violenze, gli abusi, i ripetuti tentativi di suicidio.

Tutto ciò conferma una vecchia tesi sostenuta da Bobbio ne L'età dei diritti: il problema oggi non è quello di dichiarare o fondare i diritti umani, quanto piuttosto di garantirne il rispetto e l'effettività, soprattutto nei confronti dei potenti, degli stati più forti.
L'universalità dei diritti sarà effettivamente tale solo quando nessuno si arrogherà più il potere sovrano di decidere sullo stato di eccezione: ossia sui casi in cui un dato diritto non si applica, su chi è prigioniero di guerra e chi combattente nemico.


alcuni link correlati
chiudere guantanamo
il caso di
Sami Al-Hajj
prigionieri di Guantanamo di Michael Ratner e Ellen Ray
human rights watch
road to Guantanamo

mercoledì 26 settembre 2007

M. Ignatieff, Una ragionevole apologia dei diritti umani


"la moralità umana in generale e i diritti umani in particolare
rappresentano un tentativo sistematico
di correggere e contrastare le tendenze naturali
che abbiamo scoperto in noi stessi in quanto esseri umani"





Il testo si compone di due saggi.
Il primo saggio, I diritti umani come politica,
contiene una serie di riflessioni, piuttosto frammentarie,
sulla tutela internazionale dei diritti e
sui rapporti tra i diritti umani, da un lato,
sovranità statale, integrità territoriale e democrazia, dall'altro.
Nel complesso questa prima parte mi è parsa piuttosto deludente:
Ignatieff oscilla tra ragionevoli banalità e
tesi spesso opinabili e sempre poco argomentate.

In particolare, è discutibile l'idea secondo cui l'intervento a
(presunta) difesa dei diritti umani
debba ispirarsi allo stesso principio del consenso informato
che si applica in campo medico:
stante, infatti, l'impossibilità di accertare l'effettivo consenso
da parte della popolazione coinvolta,
in campo internazionale un simile principio non potrebbe che tradursi
in una presunzione di consenso, che aprirebbe surrettiziamente il campo a considerazioni di matrice paternalistica
opposte al principio medico del consenso informato
- il quale si è affermato proprio per evitare che
i medici scelgano al posto dei pazienti (sia pure nel loro interesse) -

Più in generale, il favore di Ignatieff per l'intervento armato appare in
netto contrasto con la tesi secondo cui
"I governi che concedono sicurezza ai propri cittadini
senza democrazia sono preferibili all'assenza totale di governo" (p. 40),
posto che egli stesso ammette che,
fino ad oggi, tali interventi non hanno prodotto che anarchia
e nuove forme di oppressione
- nè Ignatieff è in grado di articolare
alcuna proposta concreta per evitare che ciò possa ripetersi in futuro.

Il secondo saggio, Diritti umani come idolatria, affronta
la critica secondo cui i diritti umani non rappresentano altro che
una giustificazione dell'imperialismo morale occidentale,
un'ideologia che legittima il capitalismo globale.

A questa critica Ignatieff oppone l'esigenza di una teoria leggera dei diritti umani,
che prescinda da qualsiasi idea di natura umana,
si fondi su una giustificazione prudenziale e
non pretenda di imporre una data concezione del bene, ma si limiti a definire
le condizioni minime di vita.

Al riguardo, però, se è vero che una giustificazione minimalista dei diritti umani
- che rigetti ogni fondazione di tipo giusnaturalistico - sembra in grado
di conciliare l'universalismo con il pluralismo culturale e morale,
non si vede perchè una simile giustificazione debba sfociare in un catalogo di diritti
anch'esso minimalista e, per di più, di matrice esclusivamente liberale.
A mio giudizio, l'individualismo morale che, secondo Ignatieff, caratterizza i diritti
in quanto strumenti per tutelare l'individuo contro l'oppressione di determinati gruppi
(lo stato, la famiglia, la religione, ecc.),
non è affatto estraneo ai diritti sociali. Mi spiego.

Storicamente l'individualismo si lega
ai diritti negativi della tradizione liberale,
mentre la nascita dei diritti sociali
si accompagna all'apparizione dei grandi movimenti di massa.
Tuttavia anche i diritti sociali possono essere ricostruiti in chiave individualistica:
è un interesse primariamente individuale quello di avere una casa,
essere curati in caso di malattie, ecc.
A simili diritti poi non è affatto estranea la dimensione del conflitto:
anch'essi costituiscono dei mezzi per difendere l'individuo contro gruppi di oppressione -
specie di carattere economico.

M. Ignatieff, Una ragionevole apologia dei diritti umani


"la moralità umana in generale e i diritti umani in particolare
rappresentano un tentativo sistematico
di correggere e contrastare le tendenze naturali
che abbiamo scoperto in noi stessi in quanto esseri umani"





Il testo si compone di due saggi.
Il primo saggio, I diritti umani come politica,
contiene una serie di riflessioni, piuttosto frammentarie,
sulla tutela internazionale dei diritti e
sui rapporti tra i diritti umani, da un lato,
sovranità statale, integrità territoriale e democrazia, dall'altro.
Nel complesso questa prima parte mi è parsa piuttosto deludente:
Ignatieff oscilla tra ragionevoli banalità e
tesi spesso opinabili e sempre poco argomentate.

In particolare, è discutibile l'idea secondo cui l'intervento a
(presunta) difesa dei diritti umani
debba ispirarsi allo stesso principio del consenso informato
che si applica in campo medico:
stante, infatti, l'impossibilità di accertare l'effettivo consenso
da parte della popolazione coinvolta,
in campo internazionale un simile principio non potrebbe che tradursi
in una presunzione di consenso, che aprirebbe surrettiziamente il campo a considerazioni di matrice paternalistica
opposte al principio medico del consenso informato
- il quale si è affermato proprio per evitare che
i medici scelgano al posto dei pazienti (sia pure nel loro interesse) -

Più in generale, il favore di Ignatieff per l'intervento armato appare in
netto contrasto con la tesi secondo cui
"I governi che concedono sicurezza ai propri cittadini
senza democrazia sono preferibili all'assenza totale di governo" (p. 40),
posto che egli stesso ammette che,
fino ad oggi, tali interventi non hanno prodotto che anarchia
e nuove forme di oppressione
- nè Ignatieff è in grado di articolare
alcuna proposta concreta per evitare che ciò possa ripetersi in futuro.

Il secondo saggio, Diritti umani come idolatria, affronta
la critica secondo cui i diritti umani non rappresentano altro che
una giustificazione dell'imperialismo morale occidentale,
un'ideologia che legittima il capitalismo globale.

A questa critica Ignatieff oppone l'esigenza di una teoria leggera dei diritti umani,
che prescinda da qualsiasi idea di natura umana,
si fondi su una giustificazione prudenziale e
non pretenda di imporre una data concezione del bene, ma si limiti a definire
le condizioni minime di vita.

Al riguardo, però, se è vero che una giustificazione minimalista dei diritti umani
- che rigetti ogni fondazione di tipo giusnaturalistico - sembra in grado
di conciliare l'universalismo con il pluralismo culturale e morale,
non si vede perchè una simile giustificazione debba sfociare in un catalogo di diritti
anch'esso minimalista e, per di più, di matrice esclusivamente liberale.
A mio giudizio, l'individualismo morale che, secondo Ignatieff, caratterizza i diritti
in quanto strumenti per tutelare l'individuo contro l'oppressione di determinati gruppi
(lo stato, la famiglia, la religione, ecc.),
non è affatto estraneo ai diritti sociali. Mi spiego.

Storicamente l'individualismo si lega
ai diritti negativi della tradizione liberale,
mentre la nascita dei diritti sociali
si accompagna all'apparizione dei grandi movimenti di massa.
Tuttavia anche i diritti sociali possono essere ricostruiti in chiave individualistica:
è un interesse primariamente individuale quello di avere una casa,
essere curati in caso di malattie, ecc.
A simili diritti poi non è affatto estranea la dimensione del conflitto:
anch'essi costituiscono dei mezzi per difendere l'individuo contro gruppi di oppressione -
specie di carattere economico.

martedì 7 agosto 2007

necessità e definizione

francesca poggi


Il fatto che una certa caratteristica x sia di fatto necessaria (rebus sic stantibus) per l’esistenza di un ente E, rende x una caratteristica definitoria di E?



Ossia rispetto alla tesi di H.L. Hart sul contenuto minimo del diritto naturale:
il fatto che la presenza di certi contenuti (ammesso il fine della sopravvivenza e ammessa la razionalità umana) sia una condizione necessaria per l’esistenza di un sistema normativo (giuridico o morale) rende tale caratteristica definitoria di ‘sistema giuridico e morale’?

necessità e definizione

francesca poggi


Il fatto che una certa caratteristica x sia di fatto necessaria (rebus sic stantibus) per l’esistenza di un ente E, rende x una caratteristica definitoria di E?



Ossia rispetto alla tesi di H.L. Hart sul contenuto minimo del diritto naturale:
il fatto che la presenza di certi contenuti (ammesso il fine della sopravvivenza e ammessa la razionalità umana) sia una condizione necessaria per l’esistenza di un sistema normativo (giuridico o morale) rende tale caratteristica definitoria di ‘sistema giuridico e morale’?