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lunedì 1 dicembre 2008

Vite in bilico


Luna ha 20 anni - 14 in meno di me, precisa, e mentre io ho appena avuto il mio primogenito, lei è al terzo figlio. Gli altri due sono rimasti in Bolivia con sua madre e la famiglia di lei (una famiglia allargata, con legami di sangue variamente intrecciati, dove gli uomini sono solo zii o nonni, mentre padri e mariti sono quasi assenti).

Luna è irregolare, faceva le pulizie in nero, poi ha incontrato un suo coetaneo peruviano, muratore, irregolare pure lui, si sono innamorati ed è rimasta incinta. Incinta e anche disoccupata: la famiglia per cui lavorava le ha chiesto di non presentarsi più - E' vietato far lavorare le donne in stato di gravidanza - le hanno detto.

Luna ha paura che un giorno la polizia fermi per strada il suo compagno e lo esplella immediatamente perché senza permesso, lasciandola ad aspettarlo in ansia, sola, senza lavoro e con l'affitto da pagare. Non è giusto - mi dice - che ti possano mandare via così, da un momento all'altro, abbandonare la casa, il lavoro e la famiglia.
No, non è giusto.


Samuela ha 24 anni ed è filippina. Suo padre e sua madre sono in Italia da 20 anni con un regolare permesso di soggiorno, lei ha deciso di raggiungerli solo 2 anni fa: quando è nata la sua prima figlia si è sentita in dovere di emigrare per provvedere dignitosamente al suo mantenimento, senza caricarla sulle spalle, già oberate, dei suoi genitori. Così ha affidato la piccola al marito e alla madre di lui, proprio come i suoi genitori avevano affidato lei alla nonna materna, ed è venuta a Milano, ma ormai era maggiorenne e non ha potuto usufruire del ricongiungimento familiare.

Qui in Italia Samuela ha conosciuto Josef, un ragazzo di 20 anni, immigrato illegalmente dal Senegal, che lavora dalle parti di Brescia: sono stati insieme poco tempo e si erano già lasciati quando lei ha scoperto di essere incinta. Lui le ha chiesto di abortire, ma Samuela non ne ha voluto sentir parlare - e Josef qualche giorno fa è venuto in ospedale per riconoscere il bambino.

Samuela faceva la badante, ovviamente in nero (anche se le pagavano 1 mese di ferie e la tredicesima) - quando è rimasta incinta ha dovuto smettere e la famiglia della sua assistita - "la nonna", come la chiama lei - ne ha approfittato per mandarla in un'ospizio.
Grazie alla gravidanza, Samuela è riuscita ad ottenere un permesso di soggiorno per motivi di salute. Adesso, però, dubita che sia stata una buona idea: il permesso non è più rinnovabile trascorsi 6 mesi dal parto e per ottenerlo ha dovuto dichiarare la propria residenza - casa dei suoi genitori, ovviamente, dove però vivono altri 5 suoi parenti, non tutti regolari.

Bimba è pakistana: non parla né italiano né inglese - siede fuori dalla sala visite e riesce a farmi capire, in qualche modo, che aspetta suo marito perché le traduca cosa dicono i dottori. Immagino quanto deve essersi sentita persa in questi giorni di degenza in quel porto di mare che è la Mangiagalli di Milano - mi sono sentita persa io che non ho problemi di idioma.
Bimba dimostra più o meno la mia età, le chiedo a gesti se quel fagottino nella culla è il suo primo figlio. Sorride stupita e scuote il capo, poi fa un gesto con la mano: 4.


Tutte queste donne sono qui per lo stesso motivo per cui ci sono io: mettere al mondo un figlio. E sono tutte felici, felicissime, di farlo - anche se, per lo più, sono rimaste incinte per caso e non per scelta, non si può certo dire che la loro gravidanza sia stata meno desiderata della mia.

In confronto alla vita di queste donne, la precarietà lavorativa di noi, cittadini italiani con una famiglia alle spalle, sembra ridicola.
Io le guardo e mi chiedo come facciano, dove trovino il coraggio.
Non è un problema di ignoranza (benché, sicuramente, la contraccezione non sia un tema su cui sono efferrate) e nemmeno di incoscienza: è tutta la loro esistenza ad essere così, in bilico, appesa a un filo - e la maternità non fa eccezione. Somo emigrate irregolari, non hanno diritti: vivono in paese ostile, dove, anche se metti radici, se trovi lavoro e una casa, ti possono cacciar via da un momento all'altro. Sono esseri umani di serie B e perfino pazienti di serie B nella stessa Mangiagalli, dove il personale infermieristico e le inservienti danno del "lei" alle italiane e del "tu" alle straniere - i dottori invece sono decisamente più egualitari: danno del lei a tutte e con tutte sono ugualmente ineducati (anche se qualche dottoressa giovane, disponibile e gentile non manca, ma si contano sulle dita di una mano - per l'esattezza, ne ho contate solo 2).

Vite in bilico


Luna ha 20 anni - 14 in meno di me, precisa, e mentre io ho appena avuto il mio primogenito, lei è al terzo figlio. Gli altri due sono rimasti in Bolivia con sua madre e la famiglia di lei (una famiglia allargata, con legami di sangue variamente intrecciati, dove gli uomini sono solo zii o nonni, mentre padri e mariti sono quasi assenti).

Luna è irregolare, faceva le pulizie in nero, poi ha incontrato un suo coetaneo peruviano, muratore, irregolare pure lui, si sono innamorati ed è rimasta incinta. Incinta e anche disoccupata: la famiglia per cui lavorava le ha chiesto di non presentarsi più - E' vietato far lavorare le donne in stato di gravidanza - le hanno detto.

Luna ha paura che un giorno la polizia fermi per strada il suo compagno e lo esplella immediatamente perché senza permesso, lasciandola ad aspettarlo in ansia, sola, senza lavoro e con l'affitto da pagare. Non è giusto - mi dice - che ti possano mandare via così, da un momento all'altro, abbandonare la casa, il lavoro e la famiglia.
No, non è giusto.


Samuela ha 24 anni ed è filippina. Suo padre e sua madre sono in Italia da 20 anni con un regolare permesso di soggiorno, lei ha deciso di raggiungerli solo 2 anni fa: quando è nata la sua prima figlia si è sentita in dovere di emigrare per provvedere dignitosamente al suo mantenimento, senza caricarla sulle spalle, già oberate, dei suoi genitori. Così ha affidato la piccola al marito e alla madre di lui, proprio come i suoi genitori avevano affidato lei alla nonna materna, ed è venuta a Milano, ma ormai era maggiorenne e non ha potuto usufruire del ricongiungimento familiare.

Qui in Italia Samuela ha conosciuto Josef, un ragazzo di 20 anni, immigrato illegalmente dal Senegal, che lavora dalle parti di Brescia: sono stati insieme poco tempo e si erano già lasciati quando lei ha scoperto di essere incinta. Lui le ha chiesto di abortire, ma Samuela non ne ha voluto sentir parlare - e Josef qualche giorno fa è venuto in ospedale per riconoscere il bambino.

Samuela faceva la badante, ovviamente in nero (anche se le pagavano 1 mese di ferie e la tredicesima) - quando è rimasta incinta ha dovuto smettere e la famiglia della sua assistita - "la nonna", come la chiama lei - ne ha approfittato per mandarla in un'ospizio.
Grazie alla gravidanza, Samuela è riuscita ad ottenere un permesso di soggiorno per motivi di salute. Adesso, però, dubita che sia stata una buona idea: il permesso non è più rinnovabile trascorsi 6 mesi dal parto e per ottenerlo ha dovuto dichiarare la propria residenza - casa dei suoi genitori, ovviamente, dove però vivono altri 5 suoi parenti, non tutti regolari.

Bimba è pakistana: non parla né italiano né inglese - siede fuori dalla sala visite e riesce a farmi capire, in qualche modo, che aspetta suo marito perché le traduca cosa dicono i dottori. Immagino quanto deve essersi sentita persa in questi giorni di degenza in quel porto di mare che è la Mangiagalli di Milano - mi sono sentita persa io che non ho problemi di idioma.
Bimba dimostra più o meno la mia età, le chiedo a gesti se quel fagottino nella culla è il suo primo figlio. Sorride stupita e scuote il capo, poi fa un gesto con la mano: 4.


Tutte queste donne sono qui per lo stesso motivo per cui ci sono io: mettere al mondo un figlio. E sono tutte felici, felicissime, di farlo - anche se, per lo più, sono rimaste incinte per caso e non per scelta, non si può certo dire che la loro gravidanza sia stata meno desiderata della mia.

In confronto alla vita di queste donne, la precarietà lavorativa di noi, cittadini italiani con una famiglia alle spalle, sembra ridicola.
Io le guardo e mi chiedo come facciano, dove trovino il coraggio.
Non è un problema di ignoranza (benché, sicuramente, la contraccezione non sia un tema su cui sono efferrate) e nemmeno di incoscienza: è tutta la loro esistenza ad essere così, in bilico, appesa a un filo - e la maternità non fa eccezione. Somo emigrate irregolari, non hanno diritti: vivono in paese ostile, dove, anche se metti radici, se trovi lavoro e una casa, ti possono cacciar via da un momento all'altro. Sono esseri umani di serie B e perfino pazienti di serie B nella stessa Mangiagalli, dove il personale infermieristico e le inservienti danno del "lei" alle italiane e del "tu" alle straniere - i dottori invece sono decisamente più egualitari: danno del lei a tutte e con tutte sono ugualmente ineducati (anche se qualche dottoressa giovane, disponibile e gentile non manca, ma si contano sulle dita di una mano - per l'esattezza, ne ho contate solo 2).

venerdì 28 dicembre 2007

nell'inferno di Guantanamo


A prayer for the wild at heart, kept in cages

Tennesse Williams











Inaugurato nel 2001, il carcere speciale di Guantanamo è uno spazio vuoto di diritto in cui
sono detenuti senza legittimo processo e a tempo indeterminato, quanti sono sospettati
di essere combattenti nemici - definizione estranea al diritto internazionale, elaborata per eludere l'applicazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra (12 agosto 1949).

La Corte Suprema americana, nei casi Hamdi v. Rumsfeld, Rumsfeld v. Padilla e Rasul v. Bush, ha affermato il diritto dei cittadini americani e dei cittadini di stati stranieri non in guerra con gli U.S., detenuti come combattenti nemici, di proporre ricorso alle corti distrettuali.
In particolare, secondo la Corte, benché il Congresso abbia autorizzato il Presidente all’uso della forza ed anche alla cattura di prigionieri, la detenzione non può essere indefinita, soprattutto una volta che si siano concluse le operazioni militari.

L'importanza di queste decisioni non va certo sottovalutata: esse riaffermano con forza il carattere garantista della tradizione giuridica statunitense ed aprono uno spiraglio di salvezza per molti detenuti. Resta il fatto che gli atti compiuti a Guantanamo sono sottratti a qualsiasi giurisdizione: i carcerieri possono disporre arbitrariamente degli internati, che non hanno alcuna garanzia di sorta - nulla di più drammaticamente vicino al concetto di nuda vita.

Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato più volte in questi anni il trattamento inumano e degradante cui sono sottoposti i prigionieri: le torture, le violenze, gli abusi, i ripetuti tentativi di suicidio.

Tutto ciò conferma una vecchia tesi sostenuta da Bobbio ne L'età dei diritti: il problema oggi non è quello di dichiarare o fondare i diritti umani, quanto piuttosto di garantirne il rispetto e l'effettività, soprattutto nei confronti dei potenti, degli stati più forti.
L'universalità dei diritti sarà effettivamente tale solo quando nessuno si arrogherà più il potere sovrano di decidere sullo stato di eccezione: ossia sui casi in cui un dato diritto non si applica, su chi è prigioniero di guerra e chi combattente nemico.


alcuni link correlati
chiudere guantanamo
il caso di
Sami Al-Hajj
prigionieri di Guantanamo di Michael Ratner e Ellen Ray
human rights watch
road to Guantanamo

nell'inferno di Guantanamo


A prayer for the wild at heart, kept in cages

Tennesse Williams











Inaugurato nel 2001, il carcere speciale di Guantanamo è uno spazio vuoto di diritto in cui
sono detenuti senza legittimo processo e a tempo indeterminato, quanti sono sospettati
di essere combattenti nemici - definizione estranea al diritto internazionale, elaborata per eludere l'applicazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra (12 agosto 1949).

La Corte Suprema americana, nei casi Hamdi v. Rumsfeld, Rumsfeld v. Padilla e Rasul v. Bush, ha affermato il diritto dei cittadini americani e dei cittadini di stati stranieri non in guerra con gli U.S., detenuti come combattenti nemici, di proporre ricorso alle corti distrettuali.
In particolare, secondo la Corte, benché il Congresso abbia autorizzato il Presidente all’uso della forza ed anche alla cattura di prigionieri, la detenzione non può essere indefinita, soprattutto una volta che si siano concluse le operazioni militari.

L'importanza di queste decisioni non va certo sottovalutata: esse riaffermano con forza il carattere garantista della tradizione giuridica statunitense ed aprono uno spiraglio di salvezza per molti detenuti. Resta il fatto che gli atti compiuti a Guantanamo sono sottratti a qualsiasi giurisdizione: i carcerieri possono disporre arbitrariamente degli internati, che non hanno alcuna garanzia di sorta - nulla di più drammaticamente vicino al concetto di nuda vita.

Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato più volte in questi anni il trattamento inumano e degradante cui sono sottoposti i prigionieri: le torture, le violenze, gli abusi, i ripetuti tentativi di suicidio.

Tutto ciò conferma una vecchia tesi sostenuta da Bobbio ne L'età dei diritti: il problema oggi non è quello di dichiarare o fondare i diritti umani, quanto piuttosto di garantirne il rispetto e l'effettività, soprattutto nei confronti dei potenti, degli stati più forti.
L'universalità dei diritti sarà effettivamente tale solo quando nessuno si arrogherà più il potere sovrano di decidere sullo stato di eccezione: ossia sui casi in cui un dato diritto non si applica, su chi è prigioniero di guerra e chi combattente nemico.


alcuni link correlati
chiudere guantanamo
il caso di
Sami Al-Hajj
prigionieri di Guantanamo di Michael Ratner e Ellen Ray
human rights watch
road to Guantanamo

mercoledì 26 settembre 2007

M. Ignatieff, Una ragionevole apologia dei diritti umani


"la moralità umana in generale e i diritti umani in particolare
rappresentano un tentativo sistematico
di correggere e contrastare le tendenze naturali
che abbiamo scoperto in noi stessi in quanto esseri umani"





Il testo si compone di due saggi.
Il primo saggio, I diritti umani come politica,
contiene una serie di riflessioni, piuttosto frammentarie,
sulla tutela internazionale dei diritti e
sui rapporti tra i diritti umani, da un lato,
sovranità statale, integrità territoriale e democrazia, dall'altro.
Nel complesso questa prima parte mi è parsa piuttosto deludente:
Ignatieff oscilla tra ragionevoli banalità e
tesi spesso opinabili e sempre poco argomentate.

In particolare, è discutibile l'idea secondo cui l'intervento a
(presunta) difesa dei diritti umani
debba ispirarsi allo stesso principio del consenso informato
che si applica in campo medico:
stante, infatti, l'impossibilità di accertare l'effettivo consenso
da parte della popolazione coinvolta,
in campo internazionale un simile principio non potrebbe che tradursi
in una presunzione di consenso, che aprirebbe surrettiziamente il campo a considerazioni di matrice paternalistica
opposte al principio medico del consenso informato
- il quale si è affermato proprio per evitare che
i medici scelgano al posto dei pazienti (sia pure nel loro interesse) -

Più in generale, il favore di Ignatieff per l'intervento armato appare in
netto contrasto con la tesi secondo cui
"I governi che concedono sicurezza ai propri cittadini
senza democrazia sono preferibili all'assenza totale di governo" (p. 40),
posto che egli stesso ammette che,
fino ad oggi, tali interventi non hanno prodotto che anarchia
e nuove forme di oppressione
- nè Ignatieff è in grado di articolare
alcuna proposta concreta per evitare che ciò possa ripetersi in futuro.

Il secondo saggio, Diritti umani come idolatria, affronta
la critica secondo cui i diritti umani non rappresentano altro che
una giustificazione dell'imperialismo morale occidentale,
un'ideologia che legittima il capitalismo globale.

A questa critica Ignatieff oppone l'esigenza di una teoria leggera dei diritti umani,
che prescinda da qualsiasi idea di natura umana,
si fondi su una giustificazione prudenziale e
non pretenda di imporre una data concezione del bene, ma si limiti a definire
le condizioni minime di vita.

Al riguardo, però, se è vero che una giustificazione minimalista dei diritti umani
- che rigetti ogni fondazione di tipo giusnaturalistico - sembra in grado
di conciliare l'universalismo con il pluralismo culturale e morale,
non si vede perchè una simile giustificazione debba sfociare in un catalogo di diritti
anch'esso minimalista e, per di più, di matrice esclusivamente liberale.
A mio giudizio, l'individualismo morale che, secondo Ignatieff, caratterizza i diritti
in quanto strumenti per tutelare l'individuo contro l'oppressione di determinati gruppi
(lo stato, la famiglia, la religione, ecc.),
non è affatto estraneo ai diritti sociali. Mi spiego.

Storicamente l'individualismo si lega
ai diritti negativi della tradizione liberale,
mentre la nascita dei diritti sociali
si accompagna all'apparizione dei grandi movimenti di massa.
Tuttavia anche i diritti sociali possono essere ricostruiti in chiave individualistica:
è un interesse primariamente individuale quello di avere una casa,
essere curati in caso di malattie, ecc.
A simili diritti poi non è affatto estranea la dimensione del conflitto:
anch'essi costituiscono dei mezzi per difendere l'individuo contro gruppi di oppressione -
specie di carattere economico.

M. Ignatieff, Una ragionevole apologia dei diritti umani


"la moralità umana in generale e i diritti umani in particolare
rappresentano un tentativo sistematico
di correggere e contrastare le tendenze naturali
che abbiamo scoperto in noi stessi in quanto esseri umani"





Il testo si compone di due saggi.
Il primo saggio, I diritti umani come politica,
contiene una serie di riflessioni, piuttosto frammentarie,
sulla tutela internazionale dei diritti e
sui rapporti tra i diritti umani, da un lato,
sovranità statale, integrità territoriale e democrazia, dall'altro.
Nel complesso questa prima parte mi è parsa piuttosto deludente:
Ignatieff oscilla tra ragionevoli banalità e
tesi spesso opinabili e sempre poco argomentate.

In particolare, è discutibile l'idea secondo cui l'intervento a
(presunta) difesa dei diritti umani
debba ispirarsi allo stesso principio del consenso informato
che si applica in campo medico:
stante, infatti, l'impossibilità di accertare l'effettivo consenso
da parte della popolazione coinvolta,
in campo internazionale un simile principio non potrebbe che tradursi
in una presunzione di consenso, che aprirebbe surrettiziamente il campo a considerazioni di matrice paternalistica
opposte al principio medico del consenso informato
- il quale si è affermato proprio per evitare che
i medici scelgano al posto dei pazienti (sia pure nel loro interesse) -

Più in generale, il favore di Ignatieff per l'intervento armato appare in
netto contrasto con la tesi secondo cui
"I governi che concedono sicurezza ai propri cittadini
senza democrazia sono preferibili all'assenza totale di governo" (p. 40),
posto che egli stesso ammette che,
fino ad oggi, tali interventi non hanno prodotto che anarchia
e nuove forme di oppressione
- nè Ignatieff è in grado di articolare
alcuna proposta concreta per evitare che ciò possa ripetersi in futuro.

Il secondo saggio, Diritti umani come idolatria, affronta
la critica secondo cui i diritti umani non rappresentano altro che
una giustificazione dell'imperialismo morale occidentale,
un'ideologia che legittima il capitalismo globale.

A questa critica Ignatieff oppone l'esigenza di una teoria leggera dei diritti umani,
che prescinda da qualsiasi idea di natura umana,
si fondi su una giustificazione prudenziale e
non pretenda di imporre una data concezione del bene, ma si limiti a definire
le condizioni minime di vita.

Al riguardo, però, se è vero che una giustificazione minimalista dei diritti umani
- che rigetti ogni fondazione di tipo giusnaturalistico - sembra in grado
di conciliare l'universalismo con il pluralismo culturale e morale,
non si vede perchè una simile giustificazione debba sfociare in un catalogo di diritti
anch'esso minimalista e, per di più, di matrice esclusivamente liberale.
A mio giudizio, l'individualismo morale che, secondo Ignatieff, caratterizza i diritti
in quanto strumenti per tutelare l'individuo contro l'oppressione di determinati gruppi
(lo stato, la famiglia, la religione, ecc.),
non è affatto estraneo ai diritti sociali. Mi spiego.

Storicamente l'individualismo si lega
ai diritti negativi della tradizione liberale,
mentre la nascita dei diritti sociali
si accompagna all'apparizione dei grandi movimenti di massa.
Tuttavia anche i diritti sociali possono essere ricostruiti in chiave individualistica:
è un interesse primariamente individuale quello di avere una casa,
essere curati in caso di malattie, ecc.
A simili diritti poi non è affatto estranea la dimensione del conflitto:
anch'essi costituiscono dei mezzi per difendere l'individuo contro gruppi di oppressione -
specie di carattere economico.