

Basta, non ne posso più!
Sarebbe ora che tutti gli appassionati di cinema iniziassero incessantemente a lamentarsi e a creare un serio movimento di opinione contro la pessima abitudine italiana di doppiare i film stranieri (o, per lo meno, certi film).
Per rendersi conto di quanto sia ridicolo, di quanto possa rovinare un film, è sufficiente guardare un'opera italiana (o anche inglese) doppiata in un'altra lingua straniera (ad esempio in spagnolo): raccapricciante! Mi vengono ancora i brividi al ricordo di Marcello Mastroianni doppiato in castigliano in La dolce vita o di Julia Roberts che parla catalano in My best friend's wedding.
Come minimo il doppiaggio distorce la recitazione, rendendo il pubblico incapace di valutare appieno le prestazioni degli attori. E spesso i suoi effetti sono ancora più deleteri.
Due esempi eclatanti.
Babel di Alejandro González Iñárritu. Qui il titolo "parla" da solo: Babel, cioè una babele di culture, di punti di vista, ma anche di lingue (inglese, arabo, spagnolo e giapponese). Una varietà e una confusione di idiomi che, nella versione nostrana, sono andate completamente distrutte, ridicolizzate da doppiatori italiani che tentavano confusamente di scimmiottare l'accento arabo o spagnolo (in quest'ultimo caso mi è sembrato addirittura che lo si facesse con una cadenza veneta).
Il recente Ai confini del Paradiso (Yaşamın Kıyısında) di Fatih Akin: una storia ambientata tra Germania e Turchia, con immigrati turchi di prima e seconda generazione che parlano più o meno agevolmente tedesco e turco. Anche in questo caso l'eterogeneità e le difficoltà linguistiche, che costituiscono una parte integrante della trama, sono completamente perse nel doppiaggio italiano - ma, per lo meno, i doppiatori non si sono cimentati in ardue imitazioni dell'accento turco.
Peraltro il concetto di 'Paradiso' non ha nulla a che fare con la storia così come non ha nulla a che fare con il titolo che, in lingua originale, significa Dall'altra parte. Del resto storpiare i titoli di Fatih Akin è ormai un'abitudine: basti pensare che Gegen die Wand, ossia Contro il muro, è stato distribuito in Italia col titolo La sposa turca!
Ricordo, all'uscita del cinema, un signore un pò perplesso "Mi aspettavo tutt'altro genere di film - diceva - credevo fosse una commediola"
O, ancora, Philip Seymour Hoffman ha studiato a fondo il peculiare modo di parlare di Truman Capote per la sua interpretazione in Truman Capote - In cold blood - uno sforzo artistico che gli spettatori italiani non hanno certo potuto apprezzare.
E ancora: pare che Angelina Jolie per sostenere il ruolo di Mariane Pearl in A mighty Heart, abbia studiato per mesi l'accento della giornatista francese - la doppiatrice, invece, ogni tanto l'accento lo esaspera e ogni tanto se ne dimentica del tutto.
E gli esempi potrebbero moltiplicarsi, ancora, ancora e ancora.
A favore del doppiaggio si sostiene spesso che la distribuzione in lingua originale diminuirebbe sensibilmente i profitti cinematografici, che la maggioranza del pubblico non andrebbe mai a vedere un film non doppiato. Ma forse in Francia si va meno al cinema che in Italia? No, anzi, è vero il contrario.
Certo, le prime volte leggere i sottotitoli può risultare faticoso: ma poi ci si abitua. Senza parlare del fatto che la visione di film in lingua originale potrebbe aiutare a supplire ai noti problemi di noi italiani nel maneggiare gli idiomi stranieri.
Nulla poi vieta un doppio circuito di distribuzione: sia in lingua originale sia con doppiaggio.
Ma ciò richiederebbe uno sforzo che le case distributrici italiane (notoriamente miopi ed inefficienti) non sembrano disposte a compiere e lederebbe gli interessi della lobby dei doppiatori professionisti.







