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lunedì 5 gennaio 2009

Il libro d'oro 2008

Ossia il libro più bello letto da Teoz nel 2008



Anche quest'anno trascrivo fedelmente il testo inviatomi da Matteo Z., ricco, come sempre, di ottimi suggerimenti di lettura.

    "Come ogni anno è giunto il momento tanto atteso dell'assegnazione del "Libro d'oro 2008" ovvero il mio oscar personale al miglior libro letto nel corso dello scorso anno.

    Quest'anno la scelta è facile e non per la scarsa qualità dei libri letti - anzi ce ne sono molti che meritano una citazione - ma per l'assoluto valore dell'opera vincitrice. Nel momento stesso in cui ne terminai la lettura piu' di 6 mesi fa, ebbi la chiara sensazione che ben difficilmente avrebbe potuto essere superato. Il premio 2008 va quindi a "Everyman" di Philip Roth. In un libro di poco piu' di cento pagine, Roth riesce a dare voce e concretezza alle angosce, alle paure, ai sentimenti di ogni uomo nella sua quotidiana battaglia contro la morte, contro la propria finitezza. E' un esercizio difficile e lucidissimo sempre in bilico fra angoscia - nella malattia, nella vecchiaia - e consolazione nell'attaccamento alla vita come negazione della morte e a cio' che comunque puo' continuare ad offrire. Vi si ritrova il tema dell'importanza del corpo e della fisicità che Roth aveva già toccato magistralmente in Pastorale Americana: "(…) l'incanto irresistibile che continuiamo ad esercitare, fino alla fine, con la superficie del nostro cormpo, si dimostra (…) la cosa piu' seria che c'é nella vita. Il corpo del quale uno non si puo' spogliare per quanti sforzi faccia, del quale é impossibile liberarsi fino alla morte."



    Mi piacerebbe citare almeno un'altra decina di libri. Cerco di limitarmi e segnalo , "La strada" un altro capolavoro di Cormac McCarthy, "Colpi al cuore" esilarante romanzo in cui il finlandese Kari Hotakainen supera se possibile la maestria nel far ridere del suo connazionale Arto Paasilinna e "Sardinia Blues", stilisticamente interessantissimo, di Flavio Soriga. Per chi ama viaggi ed avventure imperdbile "La tenerezza dei lupi" di Stef Penney. Infine l'evento giornalistico-letterario (e cinematografico) dell'anno : Gomorra di Saviano"

    Albo d'oro :

          1992 Cien años de soledad - G. Garcia Marquez
          1993 Confieso que he vivido - P. Neruda
          1994 La guerra dei poveri - N. Revelli
          1995 Il lungo cammino verso la liberta' - N. Mandela
          1996 Il libro dell'inquietudine - F. Pessoa
          1997 Las venas abiertas de America Latina - E. Galeano
          1998 L' idiota - F. Dostoievskij
          1999 La conquista dell' America - T. Todorov
          2000 Ebano - R. Kapuscinsky
          2001 Le particelle elementari - M. Houellebecq
          2002 La famiglia Winshaw - J. Coe
          2003 Pedigree - G. Simenon
          2004 Aspettando i barbari - J.M. Coetzee
          2005 Le correzioni - J. Franzen

    2006 Le fate dell'inverno - S.Mannuzzu
    2007 Infedele - Ayaan Hirsi Ali
    2008 Everyman - Philip Roth


    E da quest'anno c'è anche il film d'oro, ossia i migliori film visti da Zack nel 2008.

mercoledì 3 settembre 2008

Roth, everyman


"La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro"




Everyman di Philip Roth è un romanzo bellissimo e terribile per la stessa ragione: perché racconta una storia universale, la storia di ogni uomo o, almeno, di quelli tra noi che hanno avuto e che avranno la fortuna di invecchiare.

L'avevo già notato in Pastorale americana, che per altri versi non mi aveva entusiasmato, quanto Roth fosse bravo a descrivere la condizione senile, "quell'assalto furibondo e inevitabile che è la fine della vita" (p. 106) e che qui diventa il tema centrale su cui si impernia la narrazione.

La vecchiaia, la malattia che l'accompagna, il dolore fisico e il senso di alterità verso un corpo che si stenta a riconoscere come il proprio, le giornate vuote e la fatica di riempire il tempo, i rimorsi e i rancori per ciò che si è fatto, perchè si è diventati quello che non si è mai voluto essere, ma soprattutto il rimpianto per ciò che non si può più fare, per quello che non si può più avere (l'amore e la passione, in primis) e la nostalgia della gioventù, dei tempi in cui ci si sentiva immortali.

La fine non è a sorpresa (il libro inizia con il funerale del protagonista), perchè la fine della nostra vita non lo sarà, è già scritta ed è scritta proprio con le parole con cui termina questo romanzo:
"Non esisteva più, era stato liberato dal peso di esistere, era entrato nel nulla senza nemmeno saperlo. Proprio come aveva temuto dal principio" (p. 123).

Lontano da stereotipi e luoghi comuni, impermeabile ad ogni tentazione moraleggiante, alieno da facili consolazioni o illusioni assolutorie (specie di stampo religioso), ma non per questo patetico o lacrimoso, in questo stupendo romanzo Roth riesce nel difficilissimo compito di rappresentare la "nuda vita", l'esistenza umana per quello che è.

Mi consolo al pensiero che l'alternativa è morire giovani.

Roth, everyman


"La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro"




Everyman di Philip Roth è un romanzo bellissimo e terribile per la stessa ragione: perché racconta una storia universale, la storia di ogni uomo o, almeno, di quelli tra noi che hanno avuto e che avranno la fortuna di invecchiare.

L'avevo già notato in Pastorale americana, che per altri versi non mi aveva entusiasmato, quanto Roth fosse bravo a descrivere la condizione senile, "quell'assalto furibondo e inevitabile che è la fine della vita" (p. 106) e che qui diventa il tema centrale su cui si impernia la narrazione.

La vecchiaia, la malattia che l'accompagna, il dolore fisico e il senso di alterità verso un corpo che si stenta a riconoscere come il proprio, le giornate vuote e la fatica di riempire il tempo, i rimorsi e i rancori per ciò che si è fatto, perchè si è diventati quello che non si è mai voluto essere, ma soprattutto il rimpianto per ciò che non si può più fare, per quello che non si può più avere (l'amore e la passione, in primis) e la nostalgia della gioventù, dei tempi in cui ci si sentiva immortali.

La fine non è a sorpresa (il libro inizia con il funerale del protagonista), perchè la fine della nostra vita non lo sarà, è già scritta ed è scritta proprio con le parole con cui termina questo romanzo:
"Non esisteva più, era stato liberato dal peso di esistere, era entrato nel nulla senza nemmeno saperlo. Proprio come aveva temuto dal principio" (p. 123).

Lontano da stereotipi e luoghi comuni, impermeabile ad ogni tentazione moraleggiante, alieno da facili consolazioni o illusioni assolutorie (specie di stampo religioso), ma non per questo patetico o lacrimoso, in questo stupendo romanzo Roth riesce nel difficilissimo compito di rappresentare la "nuda vita", l'esistenza umana per quello che è.

Mi consolo al pensiero che l'alternativa è morire giovani.

mercoledì 23 gennaio 2008

Roth, Pastorale americana

"Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà così accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all'obbedienza per abbassare il prezzo"




Nathan Zuckerman (protagonista di altri romanzi di Roth e suo alter ego letterario), scrittore settantenne, cui la vita ha lasciato solo ricordi, reincontra l'idolo della sua adolescenza: Seymor Levov, detto 'lo Svedese' per il fisico alto e biondo, il migliore atleta del loro liceo, giocatore di basket, football e baseball, l'idolo di un intero quartiere. Questa è la sua storia.

'Pastorale' designa un poema di ambientazione agreste, dove la vita bucolica viene per lo più presentata in chiave idilliaca. Questo è il contrario, il rovesciamento di una pastorale.

Lo svedese appartiene a una famiglia di immigrati ebrei (suo nonno non parlava nemmeno inglese) che, col sudore della fronte e il duro lavoro, è riuscita ad arricchirsi nel settore dell'industria guantaria. Lo svedese è sempre stato un ragazzo modello: ligio al dovere, marine provetto, abbandona una promettente carriera sportiva per entrare nella fabbrica paterna e, come suo padre, ama il suo lavoro, è gentile coi propri operai e si dedica con solerzia all'incremento del patrimonio familiare. Lo svedese è esattamente quello che sembra: un uomo tranquillo e tollerante, preoccupato di non offendere mai nessuno, un'anima semplice che sogna una casa di pietra nel verde con una moglie in cucina e una figlia sull'altalena.

E i suoi sogni lo Svedese li avvera: perchè non dovrebbe? Lo Svedese è perfetto (o almeno così se lo immagina Nathan Zuckerman), lo Svedese è buono e gentile, lo Svedese è il sogno americano. Ma il sogno di Seymor Levov, il sogno che Seymor Levov è, si tramuta presto in una tragedia (se non in una farsa) a causa dell'amatissima figlia Merry - la sua famiglia si sgretola, le sue certezze controllano in una crisi soggettiva senza uscita che lo costringe a mettere in discussione il suo passato e la sua identità senza offrire alcuna prospettiva alternativa.

Pastorale americana di Philip Roth mi è piaciuto - la scrittura è intensa, anche se a tratti un pò faticosa, i personaggi e le situazioni sono credibili e ben delineati - eppure non mi ha entusiasmato. Spesso, si sa, i libri ci coinvolgono di più o di meno a seconda del periodo in cui li leggiamo, a seconda della nostra contingente situazione emotiva. Credo, però, che ci siano anche delle ragioni per il mio mancato entusiasmo.

Innanzitutto questo romanzo non mi è parso affatto, come invece ha scritto qualcuno, un affresco della società americana degli anni '60-'70. E' vero che la figura dello Svedese e, ancor più, quella meno stereotipata di suo padre incarnano una serie di valori e aspirazioni tipici di una certa società americana, ma è vero anche che le vicende politiche di quegli anni non giocano alcun ruolo effettivo nella dinamica del romanzo. In particolare, allo Svedese del Vietnam non importa nulla, così come non gli importa nulla di tutto ciò che non lo riguarda personalmente e il suo crollo è causato da un fatto privato, del tutto accidentale: sua figlia è pazza - come egli stesso alla fine dovrà ammettere, rinunciando definitivamente a trovare un senso nell'intera vicenda.

In Vietnam l'America ha perso la sua innocenza in un senso ben più radicale di quello di veder trasformare un pugno di ragazzine di buona famiglia in terroriste fanatiche. Ma questo è l'unico aspetto che emerge dal romanzo di Roth - un romanzo in cui le uniche persone interessate alla politica vengono presentate o come psicotiche sanguinarie (vedi Merry e Rita Cohen) o come pseudo-intellettuali sadiche (vedi Marcia Umanoff).

Cosa c'era di male nel sogno dello Svedese? Ci chiede Roth-Zuckerman. Nulla, ma è un sogno solipsistico, oltre che individualista, un sogno che può anche andar bene per chi, come Zuckerman o lo Svedese, decida di isolarsi dal resto del mondo, ma che è destinato a naufragare nel momento in cui lo scontro con la società diventi inevitabile. E soprattutto è un sogno che non mi piacerebbe sognare.



Su Roth cfr. anche la recensione al bellissimo Everyman

Roth, Pastorale americana

"Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà così accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all'obbedienza per abbassare il prezzo"




Nathan Zuckerman (protagonista di altri romanzi di Roth e suo alter ego letterario), scrittore settantenne, cui la vita ha lasciato solo ricordi, reincontra l'idolo della sua adolescenza: Seymor Levov, detto 'lo Svedese' per il fisico alto e biondo, il migliore atleta del loro liceo, giocatore di basket, football e baseball, l'idolo di un intero quartiere. Questa è la sua storia.

'Pastorale' designa un poema di ambientazione agreste, dove la vita bucolica viene per lo più presentata in chiave idilliaca. Questo è il contrario, il rovesciamento di una pastorale.

Lo svedese appartiene a una famiglia di immigrati ebrei (suo nonno non parlava nemmeno inglese) che, col sudore della fronte e il duro lavoro, è riuscita ad arricchirsi nel settore dell'industria guantaria. Lo svedese è sempre stato un ragazzo modello: ligio al dovere, marine provetto, abbandona una promettente carriera sportiva per entrare nella fabbrica paterna e, come suo padre, ama il suo lavoro, è gentile coi propri operai e si dedica con solerzia all'incremento del patrimonio familiare. Lo svedese è esattamente quello che sembra: un uomo tranquillo e tollerante, preoccupato di non offendere mai nessuno, un'anima semplice che sogna una casa di pietra nel verde con una moglie in cucina e una figlia sull'altalena.

E i suoi sogni lo Svedese li avvera: perchè non dovrebbe? Lo Svedese è perfetto (o almeno così se lo immagina Nathan Zuckerman), lo Svedese è buono e gentile, lo Svedese è il sogno americano. Ma il sogno di Seymor Levov, il sogno che Seymor Levov è, si tramuta presto in una tragedia (se non in una farsa) a causa dell'amatissima figlia Merry - la sua famiglia si sgretola, le sue certezze controllano in una crisi soggettiva senza uscita che lo costringe a mettere in discussione il suo passato e la sua identità senza offrire alcuna prospettiva alternativa.

Pastorale americana di Philip Roth mi è piaciuto - la scrittura è intensa, anche se a tratti un pò faticosa, i personaggi e le situazioni sono credibili e ben delineati - eppure non mi ha entusiasmato. Spesso, si sa, i libri ci coinvolgono di più o di meno a seconda del periodo in cui li leggiamo, a seconda della nostra contingente situazione emotiva. Credo, però, che ci siano anche delle ragioni per il mio mancato entusiasmo.

Innanzitutto questo romanzo non mi è parso affatto, come invece ha scritto qualcuno, un affresco della società americana degli anni '60-'70. E' vero che la figura dello Svedese e, ancor più, quella meno stereotipata di suo padre incarnano una serie di valori e aspirazioni tipici di una certa società americana, ma è vero anche che le vicende politiche di quegli anni non giocano alcun ruolo effettivo nella dinamica del romanzo. In particolare, allo Svedese del Vietnam non importa nulla, così come non gli importa nulla di tutto ciò che non lo riguarda personalmente e il suo crollo è causato da un fatto privato, del tutto accidentale: sua figlia è pazza - come egli stesso alla fine dovrà ammettere, rinunciando definitivamente a trovare un senso nell'intera vicenda.

In Vietnam l'America ha perso la sua innocenza in un senso ben più radicale di quello di veder trasformare un pugno di ragazzine di buona famiglia in terroriste fanatiche. Ma questo è l'unico aspetto che emerge dal romanzo di Roth - un romanzo in cui le uniche persone interessate alla politica vengono presentate o come psicotiche sanguinarie (vedi Merry e Rita Cohen) o come pseudo-intellettuali sadiche (vedi Marcia Umanoff).

Cosa c'era di male nel sogno dello Svedese? Ci chiede Roth-Zuckerman. Nulla, ma è un sogno solipsistico, oltre che individualista, un sogno che può anche andar bene per chi, come Zuckerman o lo Svedese, decida di isolarsi dal resto del mondo, ma che è destinato a naufragare nel momento in cui lo scontro con la società diventi inevitabile. E soprattutto è un sogno che non mi piacerebbe sognare.



Su Roth cfr. anche la recensione al bellissimo Everyman