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martedì 28 luglio 2009

Dick, La penultima verità


Tutt'intorno, su ogni lato, Nicholas vide altri ex residenti di formicai, ora in qualche modo residenti in superficie. Tutti ancora tangibilmente, visibilmente deprivati, tutti esautorati di ciò che, nel senso fisico più letterale, apparteneva a loro.
"Non è un gran bel modo di ereditare la Terra" disse Blair vedendo la sua espressione. "Forse non siamo stati abbastanza mansueti."
"O forse lo siamo stati troppo" ribattè Nicholas





La penultima verità (The Penultimate Truth, 1964) è un tipico romanzo di Philip K. Dick per temi, struttura narrativa, pregi e difetti.

Al centro della storia due veri e propri topoi della narrativa dickiana (che, diversamente coniugati, si ritrovano, ad esempio, anche in E Jones creò il mondo, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Noi marziani e La svastica sul sole): il potere, specie quello carismatico (che qui si incarna nei personaggi antagonisti di Lantano e Brose) e l'illusione, la menzogna sistematica, allucinatoria, che lo sostiene e lo perpetra.

Geniale, come sempre, l'idea alla base della narrazione: 15 anni dopo lo scoppio della terza guerra mondiale, la maggior parte degli abitanti della Terra vive nel sottosuolo, in strutture sovraffollante soprannominate 'formicai', dove si dedica alla costruzione di robot bellici, sotto l'incombente minaccia di non raggiungere la propria quota produttiva ed essere deportata su una superficie devastata da ordigni atomici e virus letali. Solo che, in realtà, la guerra è già finita da diversi anni, e il pianeta è governato da un'elite che si è spartita le terre decontaminate e inganna il resto della popolazione con falsi filmati e proclami.

Interessante l'autogiustificazione del potere per lo stato di schiavitù (effettiva, ma inconsapevole) in cui vengono mantenuti miliardi di persone: le masse (dei due blocchi contrapposti) hanno causato la guerra e le masse non accetterebbero una soluzione diversa dalla vittoria - salvare il mondo è allora salvarlo dalle masse, consegnandolo ad ristretto gruppo di autorità comandate da un uomo carismatico.

Come spesso accade nei romanzi di Dick, non manca qualche pasticcio nella trama e, soprattutto, abbondano gli elementi totalmente inutili allo sviluppo narrativo - c'è sempre l'impressione che abbia iniziato a scrivere il romanzo senza aver ancora idea di come concluderlo, di come sciogliere l'intreccio.

Un libro comunque piacevole che si legge in un pomeriggio al mare: non il migliore di Dick (che, a mio giudizio, resta il poco fantascientifico Un oscuro scrutare), ma di certo nemmeno il peggiore (che, sia pure contro l'opinione dominante, continuo a ritenere La svastica sul sole).

sabato 31 gennaio 2009

Vinge, Universo Incostante




Il sottogenere d'avventura non è certo tra i miei preferiti, ma Universo incostante (A Fire upon the Deep, 1992) di Vernor Vinge è decisamente uno dei romanzi di fantascienza più belli che abbia letto negli ultimi anni.

Vinge immagina un universo in cui le leggi fisiche variano a seconda delle zone. In corrispondenza del centro della nostra galassia si trovano le inesplorate e inesplorabili Profondità imponderabili, poi viene la zona Lenta, il regno degli idioti e dei calcolatori meccanici, dove non sono possibili programmi senzienti e la velocità della luce costituisce una barriera insuperabile, quindi l'Esterno, con la sua alta tecnologia e il suo insieme eterogeneo di razze, e, infine, il Trascendente, la zona più evoluta, i cui abitanti sono Potenze, esseri quasi-divini, dall'intelligenza sconfinata e la vita brevissima.

Un ruolo centrale nell'universo di Vinge è svolto dalla comunicazione e dalla Rete - una sorta di internet futuribile che mette in contatto tutti gli abitanti dell'Esterno ed è accessibile anche dalle Potenze del Trascendente - come nel mondo reale, anche qui la conoscenza è il bene primario su cui si gioca l'evoluzione e la prosperità delle razze.
La vecchia Terra, che nel romanzo non compare se non come uno sbiadito ricordo, si trova, ovviamente, al centro della zona Lenta, dove il progresso è ostacolato da leggi fisiche che impediscono non solo la tecnologia più evoluta, ma, soprattutto, il contatto tra le civiltà, relegando ogni pianeta abitato ad una distanza insuperabile dalle altre forme di vita - e generando un senso di claustrofobia che attanaglia il lettore: davvero ci si sente intrappolati in questa zona Lenta, tagliati fuori dalle meraviglie dell'universo.


Al confine tra la zona lenta e il Trascendente, gli abitanti (razza homo sapiens) del regno di Straumli scovano un antichissimo archivio e riportano, involontariamente, in vita una Potenza, una Perversione, un essere remoto e dall'enorme potente. Prima di essere totalmente annientati, alcuni di loro riescono a fuggire, portando con sè qualcosa che, per qualche motivo, la Perversione desidera e atterrano fortunosamente su Artiglio, uno sperduto pianeta nel Fondo, il confine tra l'Esterno e la zona Lenta. Inizia una caccia interplanetaria che distruggerà non pochi mondi. Nel mentre qualcosa agita i confini tra le zone...

Una trama solida, avvincente e ben strutturata, narrata con una scrittura brillante e fluente (forse con qualche refuso di troppo nella traduzione italiana di Gianluigi Zuddas).
Un finale dolce-amaro, nient'affatto scontato.

Uno dei punti di forza del romanzo risiede sicuramente nella caratterizzazione dei personaggi e nell'invenzione delle razze aliene - i due simpatici Skrode (creature intelligenti dalla forma di alberelli), ma, soprattutto, gli abitanti del pianeta Artiglio: creature simili a cani, ma dal collo molto allungato, che vivono in aggruppi formati da 4-8 membri (molti di più nelle zone equatoriali) e sono dotati di una mente collettiva.

Questo romanzo, che ha vinto il premio Hugo, sembra attendere solo un bravo sceneggiatore per farne un film che non avrebbe proprio nulla da invidiare a Guerre stellari!

venerdì 16 gennaio 2009

Bradbury, Tangerine


Tangerine raccoglie 25 racconti brevi scritti da Ray Bradbury di cui solo alcuni di fantascienza - in senso ampio: insomma, non vi aspettate storie di invasioni aliene e guerre spaziali.

Purtroppo la qualità delle storie è davvero modesta: l'inventiva è piuttosto limitata ed anche la scrittura, complice forse una brutta traduzione, non è certo brillante.

Sconcertante l'immagine delle donne e della vita di coppia che emerge da alcuni dei racconti: un misto di banalità e luoghi comuni talmente usurati da apparire inattuali persino nell'odierna italietta borghese.

Insomma, non vale il prezzo della copertina: dall'autore di Cronache marziane e Fahrenheit 451 mi aspettavo molto di più.

sabato 10 maggio 2008

Heinlein, Starship Troopers

"Ne conseguì l'affermazione secondo cui tutte le guerre nascono da un'esplosione demografica (già, anche le crociate, per quanto occorra approfondire le motivazioni commerciali, il carattere dell'incremento delle nascite e un sacco di altre cose per poterlo dimostrare).
Tutte le regole morali hanno come matrice l'istinto di conservazione. Il comportamento morale può essere manifestato solo da chi si eleva al di sopra del livello dell'individuo, come un padre che muore per salvare il figlio"




Starship Troopers (1959) di Robert A. Heinlein è un avvincente romanzo di fantascienza, retto però da un'intollerabile e intollerante spirito militarista, tutto "patria, famiglia, bandiera", e da un'etica unilaterale e manicheista.

Nel futuro il diritto di voto (attivo e passivo) e la connessa qualifica di cittadini sono riservati a quei terrestri che abbiano svolto almeno due anni di servizio militare.
Juan Rico, terminata l'Università, si arruola, più per seguire gli amici e far colpo su una ragazza che per convinzione personale, ma ben presto lo spirito della fanteria spaziale mobile lo assorbe e lo contagia.

In questo universo dove la filosofia morale è considerata una scienza esatta, al pari della matematica, e chi non condivide i valori dominanti è escluso dalla vita politica, l'esercito terrestre è costantemente impegnato in più o meno impegnative missioni belliche contro soggetti riottosi - alieni che in qualche modo non hanno rispettato l'autorità degli umani.
Insomma, domani come oggi, il compito di mantenere l'ordine è affidato, non alla diplomazia, ma alla forza degli eserciti.

Ben presto scoppia però una vera e propria guerra contro gli intelligenti abitanti di Klendathu, che si spingono fino a distruggere alcune città terresti: i nostri nemici sono mostruosi ragni giganti, organizzati secondo un sistema comunista che non attribuisce alcun valore all'individuo - non per nulla il romanzo è stato scritto in piena guerra fredda.

Gli insopportabili pistolotti pseudo-filosofici con cui si giustifica il regime politico in mano agli ex-militari e si esalta la violenza come strumento educativo e mezzo per risolvere ogni conflitto fanno di Heinlein un precursore dei sogni più segreti degli attuali neo-con americani - ma solo perché manca un'esaltazione esplicita della razza umana e dell'impero terrestre, altrimenti l'etichetta di neo-nazista non gliela toglierebbe nessuno.

Da questo romanzo è stato tratto l'omonimo film del 1997 Starship Troopers (uscito in Italia con il titolo Fanteria dello spazio).

Heinlein, Starship Troopers

"Ne conseguì l'affermazione secondo cui tutte le guerre nascono da un'esplosione demografica (già, anche le crociate, per quanto occorra approfondire le motivazioni commerciali, il carattere dell'incremento delle nascite e un sacco di altre cose per poterlo dimostrare).
Tutte le regole morali hanno come matrice l'istinto di conservazione. Il comportamento morale può essere manifestato solo da chi si eleva al di sopra del livello dell'individuo, come un padre che muore per salvare il figlio"




Starship Troopers (1959) di Robert A. Heinlein è un avvincente romanzo di fantascienza, retto però da un'intollerabile e intollerante spirito militarista, tutto "patria, famiglia, bandiera", e da un'etica unilaterale e manicheista.

Nel futuro il diritto di voto (attivo e passivo) e la connessa qualifica di cittadini sono riservati a quei terrestri che abbiano svolto almeno due anni di servizio militare.
Juan Rico, terminata l'Università, si arruola, più per seguire gli amici e far colpo su una ragazza che per convinzione personale, ma ben presto lo spirito della fanteria spaziale mobile lo assorbe e lo contagia.

In questo universo dove la filosofia morale è considerata una scienza esatta, al pari della matematica, e chi non condivide i valori dominanti è escluso dalla vita politica, l'esercito terrestre è costantemente impegnato in più o meno impegnative missioni belliche contro soggetti riottosi - alieni che in qualche modo non hanno rispettato l'autorità degli umani.
Insomma, domani come oggi, il compito di mantenere l'ordine è affidato, non alla diplomazia, ma alla forza degli eserciti.

Ben presto scoppia però una vera e propria guerra contro gli intelligenti abitanti di Klendathu, che si spingono fino a distruggere alcune città terresti: i nostri nemici sono mostruosi ragni giganti, organizzati secondo un sistema comunista che non attribuisce alcun valore all'individuo - non per nulla il romanzo è stato scritto in piena guerra fredda.

Gli insopportabili pistolotti pseudo-filosofici con cui si giustifica il regime politico in mano agli ex-militari e si esalta la violenza come strumento educativo e mezzo per risolvere ogni conflitto fanno di Heinlein un precursore dei sogni più segreti degli attuali neo-con americani - ma solo perché manca un'esaltazione esplicita della razza umana e dell'impero terrestre, altrimenti l'etichetta di neo-nazista non gliela toglierebbe nessuno.

Da questo romanzo è stato tratto l'omonimo film del 1997 Starship Troopers (uscito in Italia con il titolo Fanteria dello spazio).

sabato 3 maggio 2008

Silverberg, L'uomo nel labirinto

"Il mio messaggio è questo: è una fortuna per l'umanità che ciascuno di noi resti chiuso nella propria testa, perchè se avessimo anche solo una quantità minima di telepatia, anche solo quella confusa, non verbale, che ho io, non potremmo sopportarci a vicenda.
La società umana sarebbe impossibile
"





L'uomo nel labirinto
(1969) di Robert Silverberg non è certo uno dei 10 romanzi di fantascienza più belli che abbia mai letto - l'idea di fondo non è di quelle particolarmente folgoranti, gli sviluppi narrativi sono piuttosto prevedibili e c'è qualche velleità filosofica di troppo - ma è comunque un bel libro, avvicente, ben scritto e ben tradotto, di quelli che si leggono d'un fiato.

Dick Muller è un mediatore, un uomo che vaga per lo spazio a dirimere conflitti tra le colonie umane disseminate per la galassia, ed è anche il primo terrestre ad essere entrato in contatto con una razza aliena intelligente, gli abitanti di Beta Hydri IV. E' un novello Ulisse, animato da una sete inesauribile di conoscenza, che si è spinto troppo lontano oltre le colonne d'Ercole ed ha ricevuto un dono che lo rende disgustoso e insopportabile per tutti i suoi simili - una sventura che Muller vive come una vera e propria maledizione divina, una punizione per la sua hybris.

Per sfuggire gli umani che lo sfuggono Muller decide allora di nascondendersi nel labirinto di Lemnos: nella città costruita da una civiltà ormai scomparsa e circondata da un dedalo di trappole mortali. Ma dopo 9 anni di isolamento, una spedizione giunge per stanarlo: gli uomini, che non ne sopportano la presenza, hanno di nuovo bisogno di lui.

La vera abilità di Robert Silverberg, più che nel tratteggiare le psicologie dei suoi personaggi o nell'ideare trame, consiste nell'inventare mondi: nell'immaginare ambientazioni fantastiche, città, vegetazioni e fauna aliene, descritte in modo nitido e realistico. La città di Lenmos con la sua architettura surreale e le belve feroci, l'atmosfera cupa e nuvolosa e i funghi giganti di Beta Hydri IV, l'ottavo mondo di Alfa Centauri B coi suoi laghi di metano liquido e le spiagge di ammoniaca sono tra le tante indimenticabili invenzioni di questo geniale creatore di pianeti.









Silverberg, L'uomo nel labirinto

"Il mio messaggio è questo: è una fortuna per l'umanità che ciascuno di noi resti chiuso nella propria testa, perchè se avessimo anche solo una quantità minima di telepatia, anche solo quella confusa, non verbale, che ho io, non potremmo sopportarci a vicenda.
La società umana sarebbe impossibile
"





L'uomo nel labirinto
(1969) di Robert Silverberg non è certo uno dei 10 romanzi di fantascienza più belli che abbia mai letto - l'idea di fondo non è di quelle particolarmente folgoranti, gli sviluppi narrativi sono piuttosto prevedibili e c'è qualche velleità filosofica di troppo - ma è comunque un bel libro, avvicente, ben scritto e ben tradotto, di quelli che si leggono d'un fiato.

Dick Muller è un mediatore, un uomo che vaga per lo spazio a dirimere conflitti tra le colonie umane disseminate per la galassia, ed è anche il primo terrestre ad essere entrato in contatto con una razza aliena intelligente, gli abitanti di Beta Hydri IV. E' un novello Ulisse, animato da una sete inesauribile di conoscenza, che si è spinto troppo lontano oltre le colonne d'Ercole ed ha ricevuto un dono che lo rende disgustoso e insopportabile per tutti i suoi simili - una sventura che Muller vive come una vera e propria maledizione divina, una punizione per la sua hybris.

Per sfuggire gli umani che lo sfuggono Muller decide allora di nascondendersi nel labirinto di Lemnos: nella città costruita da una civiltà ormai scomparsa e circondata da un dedalo di trappole mortali. Ma dopo 9 anni di isolamento, una spedizione giunge per stanarlo: gli uomini, che non ne sopportano la presenza, hanno di nuovo bisogno di lui.

La vera abilità di Robert Silverberg, più che nel tratteggiare le psicologie dei suoi personaggi o nell'ideare trame, consiste nell'inventare mondi: nell'immaginare ambientazioni fantastiche, città, vegetazioni e fauna aliene, descritte in modo nitido e realistico. La città di Lenmos con la sua architettura surreale e le belve feroci, l'atmosfera cupa e nuvolosa e i funghi giganti di Beta Hydri IV, l'ottavo mondo di Alfa Centauri B coi suoi laghi di metano liquido e le spiagge di ammoniaca sono tra le tante indimenticabili invenzioni di questo geniale creatore di pianeti.









venerdì 4 aprile 2008

Dick, Next e altri racconti

"Tutto quello che posso dire è: spero con tutto il cuore che questa non sia la razza futura"



Next e altri racconti (Fannucci editore, 2008) raccoglie 6 racconti di Philip K. Dick da cui sono state tratte altrettante pellicole cinematografiche.
Questa pubblicazione costituisce essenzialmente un'operazione di marketing finalizzata a pubblicizzare il film Next (regia di Lee Tamahori), di prossima uscita in Italia, ma rappresenta comunque una buona occasione per (ri)leggere alcuni dei migliori racconti di Dick.

Al centro di Next (titolo originale: The Golden Man) vi è, non solo e non tanto il tema della mutazione genetica e della precognizione (due topos ricorrenti nell'immaginario dickiano), quanto piuttosto quello dell'estinzione della specie umana e della sua sostituzione con una razza differente.
Lo stesso tema si ritrova anche in Modello Due (titolo originale: Second Variety), dove, in un mondo devastato dalla guerra, emergono dei micidiali androidi che annienteranno quel che resta dell'umanità.
In entrambe le vicende, sono gli stessi uomini a "creare", sia pure inconsapevolmente, gli esseri che li rimpiazzeranno: il mutante precognitivo e antropomorfo di Next è un prodotto delle radiazioni atomiche, così come gli androidi di Modello Due sono costruiti da macchine create dagli americani per sterminare i loro nemici. Mentre in Next uno dei fulcri dell'invenzione letteraria consiste nella distanza che ci separa dalla possibile futura razza dominante - il mutante umano, apparentemente così simile a noi, è in realtà molto diverso (e non solo per la carnagione dorata, l'aspetto piacente e i poteri precognitivi) - in Modello Due, al contrario, una delle invenzioni di Dick consiste nell'immaginare che gli androidi (un insieme di bulloni e metallo) ci assomiglino più di quanto gli convenga - e in questa somiglianza si celano i germi della loro stessa estinzione.



Ricordiamo per voi (titolo originale: We Can Remember It For Your Wholesale) e Impostore (titolo originale: Impostor) sono, invece, accomunati dal tema della fragilità e dell'incertezza dell'identità personale, fondata com'è unicamente su ricordi manipolabili.
Tra tutti i film tratti dalle opere di Dick, Impostor (regia di Gary Fleder) è forse uno dei più riusciti e, soprattutto, dei più fedeli e aderenti al testo dickiano.
Lo stesso non si può certo dire di Atto di forza (Total Recall, regia di Paul Verhoeven), ispirato a Ricordiamo per voi, che, pur essendo un gradevole film d'azione, non conserva né la trama né lo spirito del racconto di Dick - a differenza di Minority Report che, quanto meno, non si allontana troppo dai classici temi dickiani.



Rapporto di minoranza (titolo originale: The minority report) è incentrato sul tema e i paradossi legati alla precognizione e alla sua incidenza sul futuro, nonché sul problema del controllo sociale e del rischio costante di dittature militari - gli stessi argomenti che si ritrovano anche ne I labirinti della memoria (titolo originale: Paycheck), sebbene qui siano svolti in modo più superficiale e meno problematizzato.




In questo blog su Dick si può leggere anche una recensione al romanzo E Jones creò il mondo

Dick, Next e altri racconti

"Tutto quello che posso dire è: spero con tutto il cuore che questa non sia la razza futura"



Next e altri racconti (Fannucci editore, 2008) raccoglie 6 racconti di Philip K. Dick da cui sono state tratte altrettante pellicole cinematografiche.
Questa pubblicazione costituisce essenzialmente un'operazione di marketing finalizzata a pubblicizzare il film Next (regia di Lee Tamahori), di prossima uscita in Italia, ma rappresenta comunque una buona occasione per (ri)leggere alcuni dei migliori racconti di Dick.

Al centro di Next (titolo originale: The Golden Man) vi è, non solo e non tanto il tema della mutazione genetica e della precognizione (due topos ricorrenti nell'immaginario dickiano), quanto piuttosto quello dell'estinzione della specie umana e della sua sostituzione con una razza differente.
Lo stesso tema si ritrova anche in Modello Due (titolo originale: Second Variety), dove, in un mondo devastato dalla guerra, emergono dei micidiali androidi che annienteranno quel che resta dell'umanità.
In entrambe le vicende, sono gli stessi uomini a "creare", sia pure inconsapevolmente, gli esseri che li rimpiazzeranno: il mutante precognitivo e antropomorfo di Next è un prodotto delle radiazioni atomiche, così come gli androidi di Modello Due sono costruiti da macchine create dagli americani per sterminare i loro nemici. Mentre in Next uno dei fulcri dell'invenzione letteraria consiste nella distanza che ci separa dalla possibile futura razza dominante - il mutante umano, apparentemente così simile a noi, è in realtà molto diverso (e non solo per la carnagione dorata, l'aspetto piacente e i poteri precognitivi) - in Modello Due, al contrario, una delle invenzioni di Dick consiste nell'immaginare che gli androidi (un insieme di bulloni e metallo) ci assomiglino più di quanto gli convenga - e in questa somiglianza si celano i germi della loro stessa estinzione.



Ricordiamo per voi (titolo originale: We Can Remember It For Your Wholesale) e Impostore (titolo originale: Impostor) sono, invece, accomunati dal tema della fragilità e dell'incertezza dell'identità personale, fondata com'è unicamente su ricordi manipolabili.
Tra tutti i film tratti dalle opere di Dick, Impostor (regia di Gary Fleder) è forse uno dei più riusciti e, soprattutto, dei più fedeli e aderenti al testo dickiano.
Lo stesso non si può certo dire di Atto di forza (Total Recall, regia di Paul Verhoeven), ispirato a Ricordiamo per voi, che, pur essendo un gradevole film d'azione, non conserva né la trama né lo spirito del racconto di Dick - a differenza di Minority Report che, quanto meno, non si allontana troppo dai classici temi dickiani.



Rapporto di minoranza (titolo originale: The minority report) è incentrato sul tema e i paradossi legati alla precognizione e alla sua incidenza sul futuro, nonché sul problema del controllo sociale e del rischio costante di dittature militari - gli stessi argomenti che si ritrovano anche ne I labirinti della memoria (titolo originale: Paycheck), sebbene qui siano svolti in modo più superficiale e meno problematizzato.




In questo blog su Dick si può leggere anche una recensione al romanzo E Jones creò il mondo

domenica 17 febbraio 2008

Dick, E Jones creò il mondo

«Lui annuì. "Suppongo che il Relativismo sia cinico. Sicuramente non è idealista. E' il punto di arrivo di chi è stato ucciso, ferito, ridotto in miseria e a lavorare duramente per le vuote parole. E' il prodotto delle generazioni che gridavano slogan, marciavano con le vanghe e le armi, cantavano e scandivano inni patriottici, rendevano omaggio alle bandiere"
"Ma voi le sbattete in prigione. Queste persone che non sono d'accordo con voi - non permettete loro di dissentire..guarda il ministro Jones"

"Jones può benissimo dissentire. Può credere a quello che vuole; può credere che la terra è piatta, che Dio è una cipolla, che i bambini nascono nelle buste di plastica. Può avere l'opinione che preferisce; ma quando comincia a spacciarla per Verità Assoluta..."

"Lo sbattete in prigione" disse Nina rigida.

"No" la corresse Cussick. "Tediamo la mano, diciamo semplicemente: dimostra o stai zitto. Conforta i fatti quello che vai dicendo. Se vuoi dire che gli ebrei sono la radice di tutti i mali - devi provarlo. Lo puoi dire se riesci a dimostrarlo. Altrimenti, fila ai lavori forzati...
»





Dopo una devastante terza guerra mondiale, il potere è assunto dal Govfed (il Governo Mondiale Federale) che s' ispira all'ideologia politica e morale del Relativismo, così come esposto nel libro di Hoff.
Tutti hanno diritto ad esprimere le proprie opinioni, a vivere secondo il loro personale codice etico, fino a quando non pretendano di contestare il Relativismo, di spacciare le loro preferenze per la verità assoluta.
Il Govfed si regge tutto sul fragile equilibrio di un paradosso: per il relativismo la verità assoluta non esiste - ma questa è una verità assoluta, che, come tale, inficia il relativismo. Si tratta della nota consequentia mirabilis, con cui già Paltone aveva confutato la dottrina di Protagora nel Teeteto: se il relativismo è vero, allora il relativismo è falso - se fosse vero che tutto è relativo, allora ciò sarebbe assoluto.

E questo fragile equilibrio si spezza all'apparire di Jones: perchè Jones sa la verità, Jones conosce il futuro, Jones è in grado di vedere un anno avanti agli altri.
Dal suo punto di vista, in realtà, Jones è schiavo del passato, costretto a rivivere ogni anno due volte, è un burattino che non ha alcun potere di modificare gli eventi: non può che ripetere ciò che ha già fatto e che non poteva non fare - e questa è una delle tante geniali intuizione di Dick: se il futuro è già scritto, il presente è già passato e un preveggente, come Jones, non è che una figura patetica costretta ad assistere due volte ad ogni evento, senza mai poter incidere su esso.

Ma per le masse Jones è un profeta, un messia: è l'uomo che promette - anzi, che sa - che il cielo è pieno, che risveglia i sogni e l'idealismo (e con questi, i fanatismi e le guerre).
E il cielo è pieno, ma non di quello che ci si aspettava. Non della razza umana.
Anche nella sua sconfitta, Jones vince, s'immola, e il martirio lo consacra ad una divinità per i posteri - ma, in un certo senso, egli ha già perso in partenza: è uno spettatore impotente, ha fatto ciò che ha fatto senza conoscerne le (devastanti) conseguenze solo perché non poteva non farlo, anzi, solo perché l'aveva già fatto.

Pubblicato nel 1956, E Jones creò il mondo (The world Jones made) risente chiaramente degli eventi della seconda guerra mondiale. Jones e i suoi seguaci, con le divise grigie, le fasce al braccio, i loro simboli e il loro delirio di conquista, sono la trasposizione fedele di Hitler e del nazismo. A differenza che in La svastica sul sole (The man in the high castle, 1962) qui non si tratta di uno sviluppo alternativo della storia, quanto piuttosto di una sua ripetizione quasi farsesca - i due romanzi hanno comunque molti elementi in comune: primo tra tutti il tema della predestinazione.

Come sempre, Philip K. Dick è bravissimo nel creare le atmosfere e nell'immaginare le situazioni, gli equilibri, di possibili società future - e, come sempre, è molto convincente anche nella caratterizzazione dei personaggi e nella scrittura dei dialoghi.
Qui, a differenza che in altri suoi romanzi, anche la trama appare più solida e gli sviluppi narrativi sono più controllati (e non eccessivamente farraginosi) - impresa che, a mio giudizio, non sempre gli riesce.
Anche se non manca qualche piccola incongruenza e il finale è un pò affrettato, E Jones creò il mondo, è un eccellente romanzo che ripropone temi sempre attuali.

Dick, E Jones creò il mondo

«Lui annuì. "Suppongo che il Relativismo sia cinico. Sicuramente non è idealista. E' il punto di arrivo di chi è stato ucciso, ferito, ridotto in miseria e a lavorare duramente per le vuote parole. E' il prodotto delle generazioni che gridavano slogan, marciavano con le vanghe e le armi, cantavano e scandivano inni patriottici, rendevano omaggio alle bandiere"
"Ma voi le sbattete in prigione. Queste persone che non sono d'accordo con voi - non permettete loro di dissentire..guarda il ministro Jones"

"Jones può benissimo dissentire. Può credere a quello che vuole; può credere che la terra è piatta, che Dio è una cipolla, che i bambini nascono nelle buste di plastica. Può avere l'opinione che preferisce; ma quando comincia a spacciarla per Verità Assoluta..."

"Lo sbattete in prigione" disse Nina rigida.

"No" la corresse Cussick. "Tediamo la mano, diciamo semplicemente: dimostra o stai zitto. Conforta i fatti quello che vai dicendo. Se vuoi dire che gli ebrei sono la radice di tutti i mali - devi provarlo. Lo puoi dire se riesci a dimostrarlo. Altrimenti, fila ai lavori forzati...
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Dopo una devastante terza guerra mondiale, il potere è assunto dal Govfed (il Governo Mondiale Federale) che s' ispira all'ideologia politica e morale del Relativismo, così come esposto nel libro di Hoff.
Tutti hanno diritto ad esprimere le proprie opinioni, a vivere secondo il loro personale codice etico, fino a quando non pretendano di contestare il Relativismo, di spacciare le loro preferenze per la verità assoluta.
Il Govfed si regge tutto sul fragile equilibrio di un paradosso: per il relativismo la verità assoluta non esiste - ma questa è una verità assoluta, che, come tale, inficia il relativismo. Si tratta della nota consequentia mirabilis, con cui già Paltone aveva confutato la dottrina di Protagora nel Teeteto: se il relativismo è vero, allora il relativismo è falso - se fosse vero che tutto è relativo, allora ciò sarebbe assoluto.

E questo fragile equilibrio si spezza all'apparire di Jones: perchè Jones sa la verità, Jones conosce il futuro, Jones è in grado di vedere un anno avanti agli altri.
Dal suo punto di vista, in realtà, Jones è schiavo del passato, costretto a rivivere ogni anno due volte, è un burattino che non ha alcun potere di modificare gli eventi: non può che ripetere ciò che ha già fatto e che non poteva non fare - e questa è una delle tante geniali intuizione di Dick: se il futuro è già scritto, il presente è già passato e un preveggente, come Jones, non è che una figura patetica costretta ad assistere due volte ad ogni evento, senza mai poter incidere su esso.

Ma per le masse Jones è un profeta, un messia: è l'uomo che promette - anzi, che sa - che il cielo è pieno, che risveglia i sogni e l'idealismo (e con questi, i fanatismi e le guerre).
E il cielo è pieno, ma non di quello che ci si aspettava. Non della razza umana.
Anche nella sua sconfitta, Jones vince, s'immola, e il martirio lo consacra ad una divinità per i posteri - ma, in un certo senso, egli ha già perso in partenza: è uno spettatore impotente, ha fatto ciò che ha fatto senza conoscerne le (devastanti) conseguenze solo perché non poteva non farlo, anzi, solo perché l'aveva già fatto.

Pubblicato nel 1956, E Jones creò il mondo (The world Jones made) risente chiaramente degli eventi della seconda guerra mondiale. Jones e i suoi seguaci, con le divise grigie, le fasce al braccio, i loro simboli e il loro delirio di conquista, sono la trasposizione fedele di Hitler e del nazismo. A differenza che in La svastica sul sole (The man in the high castle, 1962) qui non si tratta di uno sviluppo alternativo della storia, quanto piuttosto di una sua ripetizione quasi farsesca - i due romanzi hanno comunque molti elementi in comune: primo tra tutti il tema della predestinazione.

Come sempre, Philip K. Dick è bravissimo nel creare le atmosfere e nell'immaginare le situazioni, gli equilibri, di possibili società future - e, come sempre, è molto convincente anche nella caratterizzazione dei personaggi e nella scrittura dei dialoghi.
Qui, a differenza che in altri suoi romanzi, anche la trama appare più solida e gli sviluppi narrativi sono più controllati (e non eccessivamente farraginosi) - impresa che, a mio giudizio, non sempre gli riesce.
Anche se non manca qualche piccola incongruenza e il finale è un pò affrettato, E Jones creò il mondo, è un eccellente romanzo che ripropone temi sempre attuali.